La Donna D'Oro - A 45 Anni Dalla Scomparsa, Un Ricordo Di Tamara De Lempicka

 

 

È fra gli artisti con le quotazioni più alte al mondo, Tamara de Lempicka. La belle Rafaëla del 1927 è stata recentemente battuta da Sotheby’s a Londra a 7,5 milioni di sterline. Eppure, a 45 anni dalla scomparsa, nessun evento (con eccezione di una mostra assai poco pubblicizzata a Houston) ne ha sollecitato il ricordo. Come dire: il suo mito perdura anche in mancanza di celebrazioni. Ma come lo è diventata? Intanto, riuscendo a farsi acclamare femme fatale della pittura del ‘900. Bella, elegante, trasgressiva. Misteriosa, soprattutto. Nasce in Polonia, forse a Varsavia. Incerta pure la data: 1898, 1902 o 1906? Fa due matrimoni e una figlia, Kizette. Tadeusz, il primo marito, è un giovane laureato in legge, amante della vita mondana e delle belle donne. Non sembra impresa facile mettergli una fede all’anulare. Ma la spregiudicata signorina Gorska ha le sue strategie. Sa che con gli uomini la prima cosa da fare è stupire. Si presenta a un ricevimento della nobiltà pietroburghese vestita da contadina polacca con un’oca al guinzaglio. Ha, verosimilmente, 16 anni. Il fidanzamento è breve. Solo due anni dopo, nella cappella dei cavalieri di Malta, il velo dell’abito nuziale si spiega per tutta la lunghezza della navata. La notte stessa incontra un principe siamese. Una folgorazione. Senza perdere troppo tempo, al rientro dal viaggio di nozze, si precipita subito fra le braccia del conturbante straniero. Dopo la rivoluzione di ottobre, ripara a Parigi. Ai suoi piedi cadono, uno dopo l’altro, amanti celebri. Di lei si invaghiscono nobildonne disinibite, che non resistono alla tentazione, fra un tango e un charleston, di un abbandono ai piaceri di Saffo. C’è sempre una strana espressione sul volto pallido e bistrato di Tamara. Inquietante, enigmatica. Sguardo algido, labbra vermiglie, profilo greco: è la sprezzante “donna d’oro” desiderata da D’Annunzio. Che lei, invece, rifiuterà con alterigia tutta aristocratica. Ai suoi occhi esperti, nelle cupe sale del Vittoriale, il grande vate le appare semplicemente un goffo “nano in uniforme”. Nel 1928, probabilmente stanco dei numerosi tradimenti, il marito chiede il divorzio. È irremovibile. Questa volta, è lui a essere innamorato di un’altra. Sola, a corto di mezzi, l’ambiziosa Tamara non intende rinunciare alla vita dispendiosa, ai gioielli, ai viaggi, alla Costa Azzurra, alle corse con la sua Renault gialla su nella Corniche. Le servono un altro marito e un titolo. Il barone von Kuffner, raffinato collezionista e uno dei più facoltosi proprietari terrieri dell’Austria-Ungheria farà al caso suo. Seducente e ambigua, è così che fa di sé un mito. Come Greta Garbo e Marlene Dietrich. Il che, a una pittrice, provoca qualche svantaggio. Gli echi delle sue follie, le passioni effimere, le adulazioni di una committenza, pure selezionata abilmente nell’alta società internazionale, hanno finito per viziare il giudizio sulla sua arte. Un destino segnato da sorprendenti acclamazioni e prolungati silenzi. Nel 1929, una critica affascinata resocontava su quell’ “ingrismo perverso” che spianerà la strada del successo all’irrequieta baronessa. Seguirà una repentina débâcle, durata oltre tre decenni e coincisa con l’inizio di una arteriosclerosi da cui non guarirà più, dalla virata dei soggetti verso tematiche religiose e dal trasferimento negli Stati Uniti. A toglierla dall’isolamento verranno Alain Blondel, Franco Maria Ricci, Maurizio Calvesi e Gioia Mori. La riabilitazione nell’Olimpo dell’arte è completata. Si stabilisce una volta per tutte che la “sontuosamente bionda” Tamara possiede una cultura visiva singolare, sul filo dell’eclettismo. Compie l’apprendistato a Parigi alle opposte scuole del simbolista
Maurice Denis e del cubista André Lothe. Ha una vera inclinazione per lngres, nel cui complesso erotismo, freddo solo in superficie, evidentemente ama riconoscersi. Soggiorna a lungo a Firenze, irresistibilmente attratta dagli aggrovigliati corpi del Pontormo. Le piace pure l’estrosità volumetrica di Wildt, per quella tendenza che farà sua a deformare carni levigate. Nella Ville lumière, accade anche il coup de foudre con il futurismo, consumato nell’ammirazione incondizionata per il “grande Severini”. In più, incitando Martinetti nel proposito incendiario ai danni del Louvre, fortunatamente fallito e conclusosi con tante scuse in commissariato. Ancora, si invaghisce dell’arte di Casorati, Bournes-Jones, Foujita, Kiesling: presenze per lei certo non determinanti e, tuttavia, indicative del clima di morbosità decadente nel quale si stagliano le sue impennate avveniristiche. È un vulcano in tutto, Tamara. Secondo le ultime volontà, le sue ceneri verranno sparse in Messico sul cratere del Popocatépetl. Proprio come lei, mai completamente sopito.

 

 

 

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Nella sua geografia dell’anima ha Venezia, la città natale, nel cuore e la Versilia eletta a buen retiro. Quando nell’adolescenza le chiedevano che cosa avrebbe desiderato fare da grande, rispondeva sicura: viaggiare e scrivere. Così, per raggiungere lo scopo, si è messa a studiare lingue prima, lettere poi.  E sono oltre 30 anni che pubblica romanzi, saggi, scrive articoli, gira per il mondo. Ci sono tre cose - dice - di cui non può fare a meno: il mare, la scrittura, il caffè. Ah: è il direttore responsabile di AW ArtMag.

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