“Parole... parole... parole” ripete il refrain di una nota canzone. “Possono essere buone come le dita... affidabili come le rocce... margherite ma anche ferite” (Anne Sexton). Conservano, primordiale, un incantesimo: “al principio di tutto era il Verbo” (Vangelo di Giovanni 1,1). In questi nostri tempi di dichiarazioni apodittiche, dogmi e pregiudizi, il ‘dubbio’, cartesianamente, è la parola della filosofia di cui più si sente la necessità, utile compagno di strada per giungere a una scelta che sia, quanto più possibile, libera da condizionamenti. Importanti le parole, incarnano pensieri, veicolano emozioni, influiscono sullo stato d’animo. Diversi sono gli artisti che utilizzano parole nelle loro creazioni: Jenny Holzer, con i suoi Truism, lo fa in proiezioni, incisioni, stampe, led luminosi in cui sentenzia perentoriamente ovvie verità, mettendo in scena parole che agiscono di sorpresa sul passante - “un uomo non può sapere cosa significa essere madre” o “la rivoluzione inizia con cambiamenti nell’individuo” -, trascinandolo a prendere posizione. Con le sue scritte a muro, Lawrence Weiner, artista concettuale, chiama “il destinatario delle opere” a farsi agente attivo nella costruzione dell’opera, ciascuno con la libera e soggettiva interpretazione dell’immagine visiva. Fa scultura modellando le parole come materia, manipolando la logica ordinaria del linguaggio verbale. Ciascun osservatore, travolto, è spinto a plasmare la metafora utile alla propria esistenza: “Tenuto da un filo”. “Compro dunque sono” di Barbara Kruger è uno dei motti-grimaldello con il quale l’artista, utilizzando i mezzi della pubblicità, che padroneggia da graphic designer, tende a scardinare l’indifferenza di chi guarda, chiamandolo in campo: “Please care/Per favore occupatene”. C’è chi poi in arte le parole le cancella, ma solo per rivelarne la magia. Emilio Isgrò depenna parole di intere enciclopedie con la sola eccezione di qualcuna che, lasciata scoperta dall’inchiostro che smorza e sopprime il senso, emerge dal mare nero della negazione visiva e si fa lucciola di comunicazione poetica. Il duo Claire Fontaine, con lo slogan “stranieri ovunque”, tracciato su neon, ha dato il titolo evocativo quanto incisivo alla Biennale 2024. “Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso... Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano... Ho bisogno di parole che mi cercano... e... con me respirino affannate nell’oscurità... Parole che mi diano uno spintone verso quello che ancora non oso sapere. Parole compagne del silenzio...” (Chandra Candiani). Ponti, ancore o spade, le parole possono confortare, guarire, accarezzare, infliggere dolore, convincere... “Sassi pronti da scagliare o gocce preziose a lungo spasimate poi centellinate”.
Ascolti Samuele Bersani, Le mie parole Gabriel Fauré, 3 Romances sans paroles