Per la curatrice avrebbe dovuto essere una mostra “In Minor Keys”. Una visita fra polemiche, scontri con la polizia e ambientazioni africane
Una biennale cominciata male, a partire dalla morte a soli 57 anni della curatrice Koyo Kouoh, esattamente un anno fa, a pochi giorni dalla presentazione alla stampa della sua mostra. "In Minor Keys" il titolo, preso a prestito dal linguaggio musicale. Chiave minore: parole che sanno di buono, di dolcezza, di intimità. Di malinconia, di atmosfere cupe a volte, di toni che si abbassano sempre. Come a suggerire: la verità è un sussurro, un suono appena accennato che affiora flebile dall’anima. Dopo tante edizioni urlate, questa del 2026 pareva l’annuncio di un diverso modo di approcciarsi alla contemporaneità. Banditi sguardi sommari e supponenti, fretta, voracità visiva, polemiche sterili: le consuete lamentele per la scarsa rappresentanza di artisti italiani, o di troppe o troppo poche donne. Ci immaginavamo ad attraversare a piccoli passi e con soste lunghe Giardini e Corderie a contemplare lavori in grado di scavare a fondo in noi stessi e, in un bisbiglio, rivelare chi siamo. Una sorta di seduta psicanalitica attraverso l’arte. Fosse accaduto davvero, ci sarebbe piaciuto. E molto. Invece, no. E nemmeno per colpa di Kouoh, o del team che con fedeltà e passione ha portato a compimento il progetto espositivo. Sbagliavamo noi a prendere alla lettera le sue affermazioni, a dimenticare che - succede spesso -, fra le teorie del critico e le realizzazioni degli artisti convocati a tradurle in opere d’arte, scorre il mare. Come fra il dire e il fare. Una ingenuità, soprattutto, ipotizzare l’offerta di una visione inedita da chi, originaria del Camerun, si era distinta per l’impegno nell’arte della diaspora africana e nella ricerca delle black geographies. Comprensibilmente, lei ha fatto quanto sapeva fare. Con quella chiave minore in testa, in errore eravamo noi a riecheggiare Chopin. La tonalità più adatta in questi giorni in laguna è piuttosto quella ossessiva e assordante dei rulli dei tamburi di una musica tribale. E, ancora una volta, non a causa della proposta di Kouoh. Sì, perché questa edizione, che verrà ricordata come la biennale della discordia, porta a constatare con Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Qui è guerra, guerra ovunque. Il presidente Buttafuoco che si batte per il diritto alla partecipazione di Russia e Israele, il ministro della cultura Giuli che manda i commissari, la giuria che si dimette, la commissione europea che minaccia di tagliare i fondi. Pussy Riot a seno nudo e Femen ucraine inscenano flash mob davanti al Padiglione russo. Sirene antiaeree e striscioni con la scritta “Putin’s culture is a bomb” da parte di radicali e Più Europa. Tafferugli, lacrimogeni, scontri fra polizia in tenuta antisommossa e manifestanti Pro Pal a Castello contro il padiglione di Israele. Per lo stesso motivo, serrata di 20 padiglioni nazionali. Un clima così minaccioso alla biennale non si era mai avvertito, altro che Onu dell’arte. Della tonalità minore auspicata dalla curatrice non ne parla più nessuno. Proviamo a farlo noi. In fondo, siamo qui per questo. Alle spalle il nostro bellicoso Occidente, ci scopriamo catapultati in pieno Terzo Mondo. Giriamo per le stanze del Padiglione centrale, affrontiamo l’interminabile corridoio delle Corderie e dell’Arsenale con lo stordimento di chi credeva di essere a Venezia e si ritrova catturato in un villaggio sub sahariano. Da una inquietudine all’altra. Girovaghiamo fra gigantesche piume di struzzo, enormi e vistosi manti appartenuti a chissà quale capo tribù. Incrociamo serpenti aggrovigliati dalla lingua biforcuta che si indovinano pronti allo scatto per il morso fatale e tigri dalle cui fauci spalancate spuntano canini che sgomentano. Poi, cortecce e tronchi di alberi qui e là, terrecotte che immortalano amplessi orgiastici e sculture che propongono in scala pressoché reale atti sessuali con donne incinte. Ancora, dal versante presumibilmente femminile, la rivalutazione di una manualità arcaica: perline, pizzi e merletti, una montagna di minuscoli guantini rossi. Ceste di vimini zeppe di uova colorate e fiori, sedie di bambù ricolme di stracci. Zero tecnologia (come potrebbero?) e dipinti che, quando compaiono, sembrano maldestre copie di Frida Kahlo, se non del tutto insignificanti. Fotografie dei brutti tempi che furono. È l’Africa. La sua Africa. Quella della curatrice, che la trasferisce al 45.mo parallelo nord con annessi usi, costumi e rituali. Una imponente mostra dal taglio più etnografico che artistico, fra cui si colgono, tuttavia, le immancabili posizioni ecologiche, anticolonialiste, antisfruttamento, antibelliciste, anticapitaliste. Queste sì, nel guazzabuglio di accozzaglie che ci è toccato vedere, in chiave minore. Arrivano come in un fruscio, un alito di vento nell’erba alta della savana. Delicatezza apprezzabile.

