Abramović a Castel dell’Ovo: l'estasi di Marina

19 Novembre 2020
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Tre intensi video per un omaggio a Santa Teresa d'Avila

Marina Abramović, “la nonna delle performer” come ama definirsi, a differenza di altre artiste che hanno smesso di esibirsi già negli anni ’80, ha saputo guadagnarsi un posto d’eccellenza nell’Olimpo della performance art. Ha spinto, senza freni, la complicata relazione tra artista e pubblico sino all’offesa del proprio corpo, ha percorso la linea di confine dove il rischio attiva l’energia sensoriale focalizzata solo alla sopravvivenza nel presente. Con la serie “The Rhythm” (1973-74) inizia a esplorare la capacità di sopportazione del dolore come strumento di conoscenza e la resistenza come barriera alla vulnerabilità.

Nel ’74 a Napoli, allo Studio Morra, consegna il suo corpo alle azioni anche violentissime del pubblico, sino al grottesco. Cresciuta nella Belgrado comunista di Tito, svela nella autobiografia “Attraversare i Muri” (2016) un’adolescenza “disperatamente goffa e infelice”, il suo “allenamento” a resistere alla sofferenza fisica e psicologica. Nell’87, dopo 12 anni di sodalizio artistico e sentimentale con il performer tedesco Ulay (recentemente scomparso), torna a lavorare in solitaria, nel ‘97 vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Nel 2010 la prima grande retrospettiva al MoMa di N.Y., poco dopo fonda il MAI - Marina Abramović Institute, a promozione dell’arte perfomativa. 

Al centro di questi lavori le memorie d'infanzia, il legame con la nonna, il dialogo con la morte  

“Estasi”, seconda tappa dopo l’Ambrosiana di Milano, la riporta a Napoli, a Castel dell’Ovo, con 3 video del ciclo “The Kitchen. Homage to Saint Therese”, collegati al progetto del 2009 nell’ex convento a Gijón in Spagna. Le ferite corporali lasciano qui il posto a una dimensione altra che tutto implica: le memorie d’infanzia, il legame salvifico con la nonna Milica, il dialogo con la morte, l’indagine - sulle tracce degli scritti di Santa Teresa d’Avila - di come l’intensa angoscia dello spirito possa congiungersi a immenso gaudio nel rapimento estatico. Nel video d’apertura, Vanitas, le mani dell’artista incontrano un teschio, a memoria di tutto ciò che ciclicamente comincia e finisce.

La cucina di casa, luogo intimo della quotidiana operosità, ma anche metafisica turris eburnea, fa da sfondo invece alle altre due video installazioni, Holding the milk e Levitation. Nella prima, l’immobilità attonita è interrotta dal trasbordare gocciolante del latte dal contenitore, a ricordo anche della nostra essenza umana. Nella seconda, la figura dell’artista è sollevata/levitata con le braccia aperte al centro della cucina: 9 minuti e 27 secondi di fissità con solo oscillazioni impercettibili sino al finale reclinare del capo e incrocio delle braccia al petto. Il dolore acuto delle ferite corporali e il “dolore voluttuoso” della scultura berniniana sembrano placarsi in una nuova dimensione estatica: sommessa promessa di pacificata trascendenza e carnalità.

Marina Abramović
Estasi

Castel dell’Ovo
Napoli
In collaborazione con/in
Galleria Lia Rumma
Fino al 17/01/2021  

L'Autore

2 Post

Ha sempre amato la pittura, ma si è trovata iscritta al Liceo Scientifico, finito con il minimo sforzo e il minimo dei voti. Il rovello artistico però non si placa e in un solo anno prende la maturità artistica, questa volta con il massimo impegno e quasi il massimo dei voti. Poi Accademia di belle Arti, laurea con lode a Ca’ Foscari e pubblicazione della tesi. Approfondisce studi artistici a Salisburgo e alla passione per l’arte si unisce quella per la scrittura. Convivono ancora felicemente. Recentemente ha inaugurato il suo nuovo studio. Collabora con AW ArtMag.

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