Antologica di Cindy Sherman alla Fondazione Louis Vuitton: mi travesto, dunque sono

27 Novembre 2020
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L'artista ha sconvolto la nozione di ritratto con un'opera alla frontiera tra realtà, finzione e allegoria

Essere altro da sé, essere tutti, l’alter ego d’ogni uomo, donna, cosa, un umano così artificiale eppure così vero. Rappresentare l’indeterminato ed essere sempre se stessi. Essere dunque semplicemente un artista. Nel corso della sua carriera, Cindy Sherman ha sconvolto la nozione di ritratto sviluppando un’opera alla frontiera tra realtà, finzione e allegoria. L’artista ha prodotto delle immagini che si beffano degli stereotipi, decostruendo gli archetipi femminili e interrogandosi sulla fluidità del genere, dell’età, dell’identità sociale e individuale, della memoria intima e collettiva. “Cindy Sherman alla Fondazione Louis Vuitton”, offre un panorama completo della vasta opera dell’autrice americana nata nel 1954 a New York. Su tre gallerie della fondazione, 170 opere articolate in 18 serie ripercorrono la sua attività dal 1975 a oggi, dai lavori della giovinezza ai più recenti, alcuni dei quali inediti. Accanto, la mostra “Crossing Views” propone 50 opere della collezione Vuitton incentrate sul tema del ritratto, scelte da Cindy Sherman tra una ventina di artisti francesi e internazionali, tra cui Christian Boltanski, Louise Bourgeois, Andy Warhol, Damien Hirst, Ming Wong.

Cindy è stata chiunque: una strega, una casalinga, una dandy, una innamorata al telefono  

Cindy Sherman è stata chiunque: un’attrice di una cinematografia immaginaria in Untitled Film Stills (1977-1980), una donna alla moda in Fashion (1983), un Bacco e una Madonna in History Portraits (1988-1990), un pagliaccio in Clown (2004), un’innamorata appesa al telefono, una strega, una casalinga, una dandy, passando per un oggetto, come nel caso della serie Sex Pictures (1992). Nelle sue ultime serie Cindy Sherman, si sdoppia, diventa coppia, apparendo nel genere maschile e femminile. I Society Portraits (2008), i Murals (2010), i Paysages (2012), gli Harper’s Bazaar (2016), i Flappers (2018), i Men (2019-2020) rappresentano un’ulteriore evoluzione nella poetica dell’artista, confondendo i generi, i ruoli sociali, i media, alla luce di una società dell’immagine ormai matura, consolidata con il web e i social network. In tutte le sue opere Cindy Sherman appare sola, magari moltiplicata in più figure, ma sola. Non si tratta della vera immagine dell’artista, la sua opera non è mai biografica, il soggetto non è se stessa, i suoi non sono autoritratti. Cindy Sherman si oppone alla tirannia dell’immagine ideale, non cerca il consenso, la riconoscenza, la celebrità. Eppure, paradossalmente, sparendo dietro le maschere, il trucco e i travestimenti, Cindy Sherman è diventata un’icona.

Cindy Sherman at
Fondation Louis Vuitton

Parigi
A cura di
Marie-Laure Bernadac
Olivier Michelon
Ludovic Delalande
Fino al 3/01

L'Autore

5 Post

Dopo aver peregrinato per la facoltà di lettere e filosofia all'Università di Pavia, si laurea in architettura al Politecnico di Milano con una tesi sulla forma urbana e le identità dei luoghi. Innamorato da sempre d’arte e letteratura, nell’indecisione su cosa scegliere, cerca di sviluppare entrambe le passioni. Dal 2006 scrive d’arte prima su ARTEiN e poi su AW Art Mag. Vive e lavora a Parigi, città che ama e a cui lo lega lo spirito eterno delle avanguardie artistiche che si aggira ancora nei suoi vicoli.

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