Bruce Nauman alla Tate Modern: ridi, pagliaccio

Il suo è un clown che grida, cerca di far ridere senza riuscirci, fa paura e subito dopo pena

È difficile trovare un artista che dal dopoguerra abbia saputo mostrare meglio di Bruce Nauman come ogni oggetto della vita quotidiana, ogni luogo, ogni corpo, possano diventare veicolo di un’opera d’arte. Diciamo “veicolo” e non “oggetto” perché nonostante Nauman abbia prodotto numerosi oggetti che potrebbero essere definiti opere d’arte, questi stessi oggetti sembrano essere indizi di una rarefazione dell’arte, che è piuttosto un evento nella realtà quotidiana che viviamo. Percorrere fisicamente o virtualmente le sale della Tate Modern per visitare la grande retrospettiva dedicata all’artista (fino al 21 febbraio 2021), significa avventurarsi in un labirinto. Al suo interno però non si troverà il classico minotauro, bensì un pagliaccio che grida, cerca di far ridere senza riuscirci, viene ripreso nella sua intimità, un momento fa paura e quello dopo pena. La mostra ripercorre la carriera di Nauman a partire da una delle opere più famose a cavallo del millennio, Mapping the studio II (2001), delle riprese del suo studio in New Mexico in cui l’artista è assente.  

Percorrere le sale della Tate Modern è come avventurarsi in un labirinto

Ad apparire in questo spazio vuoto, filmato di notte per diverse settimane, sono gatti e topi, minuzie che grazie ai cambi di luce diventano piccoli e involontari eventi testimoni dello scorrere del tempo. A seguire, oltre alla già menzionata Clown torture (1987), il visitatore potrà entrare a contatto con le opere più emblematiche della carriera artistica di Nauman, come i famosi neon degli anni ‘70. Sono curiosamente considerati fra i lavori più concettuali dell’artista, ma, se si intende per “concettuale” una particolare pregnanza, o stratificazione di significato, Nauman è uno degli artisti meno concettuali mai esistiti. Come dimostrano le spirali di neon luminescenti con parole, frasi, palindromi che avviano giochi di luci e vuoti fra minuscole particelle significanti, sarebbe meglio definire Nauman come un artista analitico, più propenso a esplorare il rapporto che lega le parti al tutto. È vero che opere come Double Steel Cage Piece (1974) – una gabbia, che contiene un’altra gabbia, che non contiene nulla – mostrano con evidenze l’influsso del minimalismo. Ma, ancora, siamo così certi che il minimalismo sia stata un’arte concettuale? Lavori come Going around the corner (1970) sembrano invece riconfermare l’abilità di Nauman nell’attraversare qualsiasi spazio o corrente e a travestirsi per indicarci un guazzabuglio di visioni orchestrato ad arte, che dopo un momento scompare, cambia forma, si traveste. Come un pagliaccio. Un pagliaccio che ride, soffre, vive. Come ognuno di noi.

Bruce Nauman
Tate Modern

Londra
A cura di
Andrea Lissoni
Nicholas Serota
Leontine Coelewij
Martijn van Nieuwenhuyzen
Fino al 21/02 

L'Autore

2 Post

Traduttore per diverse case editrici italiane, collabora con AW ArtMag per la recensione dei più interessanti libri d’arte pubblicati all’estero e ancora inediti in Italia.

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