“Quando si dipinge, il pensiero è pittura”: così Gerhard Richter parla della sua arte. Una pittura senza limiti, evolutiva, in cui le immagini restituiscono il mondo senza mai fissarlo definitivamente, proprio come accade con il pensiero. La Fondazione Louis Vuitton presenta, fino al 2 marzo, una grande retrospettiva dedicata all’artista tedesco, articolata in un percorso cronologico (275 opere dal 1962 al 2024) che occupa tutti gli spazi del museo progettato dall’architetto Frank Gehry. Nato a Dresda nel 1932, formatosi nella Germania dell’est e fuggito a Düsseldorf nel 1961, Gerhard Richter incarna la transizione tra l’arte della seconda metà del ‘900 e quella del XXI secolo. La sua formazione classica, unita a una costante messa in discussione del linguaggio pittorico, lo ha portato a occupare una posizione unica nella storia dell’arte contemporanea. Richter non aderisce a correnti né a stili definiti: la sua opera attraversa i generi tradizionali (il ritratto, il paesaggio, la natura morta, la pittura di storia), filtrandoli attraverso fotografie e disegni, spesso sfumati, sfocati fino all’indeterminazione, all’indecidibilità. In lui, l’immagine non è mai una copia del reale, ma una costruzione autonoma, carica di ambiguità. La sua opera si muove tra figurazione e astrazione, memoria e cancellazione, controllo e casualità, mantenendo sempre una distanza critica che rende ogni immagine al tempo stesso presente e sfuggente. La mostra ripercorre i principali periodi della sua ricerca. Gli anni ’60 e ‘70 sono rappresentati dalle prime opere tratte da fotografie, come Tisch (1962), Onkel Rudi (1965) o Ema (Nu sur un escalier) (1966), in cui il flou diventa strumento di memoria e perdita. Seguono le sperimentazioni degli anni ‘70 con le Verkündigungen nach Tizian e i 48 Portraits, che mettono in crisi la rappresentazione. Gli anni ‘80 vedono l’affermazione delle grandi astrazioni e delle nature morte, come Kerze (1982) e Lilak (1982). Negli anni ‘90 emergono opere intime e riflessive come Lesende (1994) e l’Autoportrait (1996). Il nuovo millennio è segnato da cicli fondamentali come Cage (2006), 4900 Farben (2007), September (2005), fino all’esito estremo di Birkenau (2014), dove la pittura affronta l’impossibilità stessa di rappresentare la Shoah. Le ultime sale della mostra presentano i disegni recenti, testimonianza di una ricerca che prosegue oltre la pittura, lasciando nello sguardo dello spettatore uno spazio di silenzio, di dubbio e di verità sospesa.
