La Nuova Sacra Famiglia - San Francisco: L’occasione della mostra di Kaws per fare il punto sulla sua produzione

 

 

Il messaggio lanciato da questi lavori è che le uniche cose a contare siano visibilità e ripetizione

 

 Il legame tra pop e sacro è tanto evidente quanto misconosciuto. Prendete le Marylin di Warhol, ad esempio: che c’è di più pop? Nessun artista meglio di lui ha aperto la strada alle postume commistioni (e confusioni) tra arte, design e mercato, che hanno fatto le fortune di Hirst, Koons, Kusama, Banksy – e, ultimo rappresentante di questa folta nidiata: KAWS. Eppure, dietro ai colori elettrici delle serigrafie e dei Brillo Box, dietro alla scelta di figure popolari come Mao, c’è un’operazione tanto basilare quanto efficace nel fondere pop e sacro l’uno nell’altro: la ripetizione. Le preghiere vanno ripetute tali equali, i tormentoni estivi si somigliano tutti: ti amo, mi manchi, sei l’unico, torna da me – non è importante quel che si dice, purché lo si dica una, cento, mille volte; fate una passeggiata: vedrete il volto di Cristo ovunque, insieme a quello di politici e vip; i riti si compongono di azioni e formule che non cambiano praticamente mai, così le trasmissioni televisive. Warhol aveva capito che la ripetizione annulla ogni giudizio di valore, e che per creare icone non serviva grande tecnica, bensì una visione; non la visione dell’artista, per carità: quella di tutti, perché l’icona per essere tale deve anzitutto essere vista, vista da più persone possibile; come San Tommaso, per credere bisogna vedere. E da bambino a Pittsburgh, nell’angolo di casa dedicato alla preghiera, come d’uso nelle famiglie di rito orientale, Warhol vedeva ogni giorno icone della Madonna, di Cristo e dei santi.

La Family Kaws è composta da una miriade di personaggi che si somigliano e somigliano tutti a qualcos’altro

Quando si parla di un artista come KAWS ha poco senso fare paragoni o esprimere giudizi basati su parametri puramente artistici o estetici; sarebbe come valutare graffiti e tags – e non a caso KAWS viene proprio dalla street art – per il messaggio che lanciano, quando invece le uniche cose che contano, anche in questo caso, sono la visibilità e la ripetizione (magari un briciolo di coolness). Si dice che una bugia ripetuta molte volte diventa una verità: la sacra famiglia di KAWS è composta da una miriade di personaggi che si somigliano tutti e che tutti somigliano a qualcos’altro, così come una teoria del complotto somiglia alla verità: personaggi della Disney, di Helm Street, dei Simpson. Tutti questi simboli della cultura popolare contemporanea diventano frammenti di un discorso più ampio, un discorso che non ha alcun senso e non dice molto, se non le quattro lettere che compongono la tag dell’artista. È come se lo spazio occupato dalle figure di KAWS avesse potuto essere un muro di una grande città, o un poster pubblicitario, o un tabellone per indici azionari – e lo spazio in cui si sviluppa ogni sua mostra un negozio monomarca: quale miglior espressione del sacro contemporaneo?


Simboli di una cultura popolare che diventano frammenti di un discorso che non ha senso e non dice molto

 

 

 

La mostra a San Francisco:

È in atto presso il San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA) la rassegna “KAWS Family”. Propone le realizzazioni degli ultimi 30 anni, da dipinti, disegni e sculture a interventi pubblicitari e alle collaborazioni per la produzione di giocattoli da collezione. Si appropria di personaggi animati pop e di icone culturali che ricontestualizza in immagini familiari, creando un dialogo tra memoria e vita contemporanea.
Al centro della rassegna, Family del 2021, una scultura in bronzo di grandi dimensioni che ritrae i personaggi a lui più cari: Companion, Bff e Chum. Fino al 3 maggio 2026 a cura di Julian Cox.

 

L’installazione a Firenze:

KAWS è presente anche in Italia, con una monumentale installazione site-specific nel cortile di Palazzo Strozzi. L’opera dal titolo The message - interpretazione contemporanea del tema dell’Annunciazione - è intenzionalmente destinata a creare un cortocircuito fra il linguaggio pop che la caratterizza e l’architettura rinascimentale dell’edificio e la coeva esposizione del Beato Angelico. Fino al 25 gennaio a cura di Arturo Galansino.

 

 

 

L'Autore

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Traduttore per diverse case editrici italiane, collabora con AW ArtMag per la recensione dei più interessanti libri d’arte pubblicati all’estero e ancora inediti in Italia.

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