In esposizione più di 90 opere tra installazioni, dipinti, sculture, neon, video, ricami e lavori testuali
Alla Tate Modern fino al 30 agosto, l’arte soffia nelle vele della cultura. “Tracey Emin: A Second Life” porta una artista britannica sotto i riflettori della mostra curata da Maria Balshaw, Alvin Li, Jess Baxter. La retrospettiva percorre oltre quarant’anni di carriera dell’autrice attraverso più di 90 opere, tra installazioni, pittura, scultura, neon, video, ricami e lavori testuali. Il corpus dell’esposizione non è sviluppato cronologicamente, ma riflette scelte tematiche, in cui le opere dialogano come capitoli visivi di una storia personale. Il racconto dell’esistenza, in cui il dolore si fa universale, si sviluppa in due fasi: la prima segnata dal trauma e dalla confessione, la seconda legata alla sopravvivenza, alla malattia e alla trasformazione. Lo stesso titolo, “A Second Life”, allude a una frattura biografica e creativa: da un lato gli anni della formazione e dell’affermazione, segnati da una poetica della confessione cruda; dall’altro la produzione più recente, maturata dopo gravi problemi di salute, in cui il corpo diventa luogo diù resistenza e rinascita.
Nata nel 1963 a Croydon, si distingue all'interno del gruppo degli Young British Artists dagli anni '90
Nata nel 1963 a Croydon, Tracey Emin si distingue all’interno del gruppo degli Young British Artists, dagli anni ’90, per l’utilizzo diretto dell’autorappresentazione, trasformata in linguaggio artistico attraverso una radicale esposizione di sé. Temi come sessualità, violenza, aborto, depressione, amore e perdita diventano il cuore di un lavoro che interroga e sfida il confine tra vita privata e spazio pubblico. La celebrità arriverà nel 1999 con My Bed, installazione simbolo dell’arte contemporanea britannica, presente anche in rassegna. Il letto disfatto, circondato da oggetti personali, è una dichiarazione estrema di vulnerabilità che ridefinisce il rapporto tra intimità e rappresentazione artistica. Tra le opere più significative troviamo anche Exorcism of the Last Painting I Ever Made (1996), a documentare un momento di crisi e di rigenerazione con una performance-installazione.
La celebrità arriva nel 1999 con My Bed: il suo letto disfatto, circondato da oggetti personali, diventa dichiarazione estrema di vulnerabilità
Grande spazio è riservato ai lavori tessili e testuali, come The Last of the Gold (2002), una trapunta ricamata che affronta l’esperienza dell’aborto attraverso un alfabeto emotivo e politico, e a quelli legati alla memoria dei luoghi. In particolare, Margate, città natale dell’artista, è evocata come spazio di formazione e ferita. La scultura It’s Not the Way I Want to Die (2005) riflette sul rischio, sulla fragilità e sull’infanzia, con forme che rimandano ai luna park. Nella sezione finale la produzione appare più essenziale e intensa, segnata dalla malattia e dalla consapevolezza del corpo come campo di battaglia. Lavori recenti, Ascension (2024) e I Followed You Until the End (2023), testimoniano un approccio più concentrato, in cui eros, spiritualità e dolore convivono in una dimensione quasi monumentale.
