La rassegna ha il merito di confrontare due modi del figurare e dello sfigurare apparentemente antitetici
Nel corso della loro storia i musei hanno accumulato tante e tali opere che, a volte, anche una delle mostre dettate dalla necessaria rotazione delle collezioni può offrire interessanti spunti di riflessione. È questo, in parte, il caso di "Allegory and Abstraction: Selections from the Department of Drawings and Prints", al Metropolitan Museum di New York (fino al 9 dicembre). Nell’esporre una serie di opere come un’Allegoria dell’Arte di Joachim Lüchteke – con, nella posa da manichino della figura femminile, qualcosa sia di metafisico che licenzioso (si veda il diavoletto che spunta dalle viscere di un declivio e si gode il didietro dell’arte) –, o una vista del lago di Zugo che Turner dissolve nei tersi colori dell’alba svizzera, o ancora i libri illustrati di Henri Matisse e Louise Bourgeois, la mostra ha il merito di mettere a confronto due modi del figurare e dello sfigurare che apparentemente sembrerebbero antitetici: l’allegoria e l’astrazione.
Da una parte, infatti, ci sono uomini e donne – soprattutto donne (l’arte, appunto, ma anche la verità, la giustizia, la fortuna, la lussuria, ecc.) – mascherate e vestite a festa per incarnare significati reconditi che il linguaggio quotidiano non riesce a disvelare. Come in una delle allegorie più famose del Rinascimento, Melancolia I di Dührer (non presente in mostra), la posa accidiosa dell’angelo femminile e l’accatastarsi di oggetti che rimandano sempre irrimediabilmente a ciò che il bulino non può incidere sulla lastra di rame alludono a una cosa e una soltanto: il senso e la sua assenza si danno come frammenti che quando va bene possono dare un’illusione di omogeneità in Wunderkammer, collezioni e archivi, quando va male nell’eterogeneità delle rovine, dell’accumulo o, appunto, dei depositi museali.
E, in fondo, se è vero che il soggetto dell’allegoria e del suo eccesso di forme è proprio quel che non si riesce a dire o a raffigurare, un discorso simile si può fare con l’astrazione e il suo lavoro per sottrazione: così i corpi delle ballerine di Picasso, Power, Tschudi sfumano nelle linee definite dai passi di danza, o le figure mitiche, gli sfondi e i colori degli assemblaggi di Matisse in Jazz mimano il ritmo sincopato del sax e del contrabbasso, finché, alla fine, per citare il breve libro illustrato di Louise Bourgeois, tutto scompare nel silenzio più completo: solo allora, quando è già troppo tardi, si può trovare un senso, come nelle allegorie celebri del bagno di Diana, quando Atteone riesce a vedere le nudità della dea – poco prima di venire trasformato in cervo ed essere sbranato dai propri stessi cani.
Il soggetto dell'allegoria non si riesce mai a dire o a raffigurare completamente e un discorso simile si può fare con l'astrazione che procede per sottrazione
