Prodigi di bellezza

15 Aprile 2022
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Vercelli: omaggio a Francesco Messina a 120 anni dalla nascita.

All’opera di Francesco Messina (1900-1995) non si addice alcuna schematica definizione o possibile appartenenza a scuola. Il suo straordinario talento confluisce in una genialità che supera ogni corrosione prodotta dal tempo e dalle mode; è un unicum, e come tale va valutata. Se proprio se ne volesse rintracciare un tratto distintivo è sul movimento che andrebbe focalizzata l’attenzione: “Ciò che a Messina interessa è l’idea stessa del movimento, la sua essenza. La sua idea è che non si finisce di vedere. La realtà offre immagini inedite che la scultura mette in evidenza senza artificio” (V. Sgarbi, 1989). E la cifra distintiva del movimento, della curiosità mai fine a se stessa, della seduzione nel conoscere le infinite forme che la materia lavorata può assumere (e che le diverse culture possono apprezzare) porterà lo scultore catanese, giovanissimo, a differenza dei molti colleghi siciliani rimasti nell’isola (Rosone, Russo, Lazzaro, Cuffàro etc.) a varcare i confini regionali e nazionali e aprirsi al mondo.


120 OPERE ACCOLTE NELLE SEDI DELL'ARCA, DELLA PINACOTECA ARCIVESCOVILE
E DELL'EX CHIESA SAN VITTORE, CAPACI DI DARE STRAORDINARIA VITA ALLA MATERIA

Messina appartiene a quella ristretta cerchia di scultori siciliani (quali Emilio Greco e Andrea Parini) che V. Sgarbi nel ’93 chiama appunto “emigrati fortunati”. Messina è a Genova, appena quattordicenne, quando lavora nella bottega dello scultore Giovanni Scanzi, non molto tempo dopo esporrà in una collettiva. Poco più che trentenne si trasferisce a Milano, dove ottiene la prestigiosa cattedra di scultura all’Accademia di Brera e ne diviene in pochi anni direttore. In seguito lavora ed espone a Venezia, Roma, Firenze, Pavia, Torino (mostra curata da A. Paolucci), Aosta (rassegna firmata da F. Zeri); ricordiamo infine l’esposizione del centenario allestita a Catania, Castel Ursino, a Roma e chiusa a Genova – con oltre 250 opere. Ma è sua ferma convinzione che “non si finisce di vedere”. Varca i confini nazionali. Si muove con stupefacente genialità tra sacro e profano, umano e divino, e nel contempo affina la creatività. Seguiranno mostre a Buenos Aires (organizzata da L. Fontana), al Museo Puskin di Mosca, all’Ermitage di Leningrado, al Theseus Tempel di Vienna, a Washington, a Tokyo, a Parigi (a cura dell’Unesco), alla Galleria di Monaco (ordinata da Steingräber).

IL MARMO BIANCO DI ESTATE PRELUDE ALL'ATTIMO CHE SEGUE IN CUI L'ESSERE 
UMANO SCOLPITO NELLA MATERIA ASSUMERÀ UNA NUOVA POSIZIONE E SUSCITERÀ UNA NUOVA EMOZIONE

Il movimento che connota l’artista-uomo e il movimento che è la cifra distintiva della sua produzione artistica si compenetrano. Dare vita alla materia. Farla parlare. I suoi Cavalli in bronzo sono “sculture palpitanti e drammatiche” (G. Bazin, 1966). Si pensi al Cavallo morente (1966), commissionato dalla Rai e posto all’ingresso della sede romana della stessa. Le danzatrici (dalla Savignano alla Accolla alla Fracci) sono bronzi solo apparentemente statici: in realtà anticipano un successivo roteare sulle punte, un successivo piegamento sulle gambe, un successivo inchino al pubblico. Dare vita alla materia. Il marmo bianco di Estate (1989), il granito rosso di Adamo ed Eva (1956-92) preludono all’attimo che segue, in cui l’essere umano scolpito nella materia assumerà una nuova posizione e susciterà una nuova emozione. Paradigmatico il bronzo Giobbe (1934), eroe biblico piegato dal dolore e dai tormenti della vita, stremato dall’uso di un’infinita pazienza ma che ora, fiducioso, apre le braccia alla speranza: un’umanità dolente e afflitta che, forse, domani, sarà in grado di risorgere, creando in noi nuove emozioni e speranze.

IL CAVALLO MORENTE, POSTO ALL'INGRESSO
DELLA SEDE RAI DI ROMA, SPRIGIONA UNA FORZA PALPITANTE E DRAMMATICA

Un’ampia rassegna dell’opera del Maestro, promossa e sostenuta dal Comune di Vercelli, minuziosamente curata da Marta Concina, Daniele De Luca, Sandro Parmiggiani e dettagliatamente illustrata nell’elegante catalogo Polistampa, viene proposta a Vercelli, nelle suggestive sedi di ARCA, Pinacoteca Arcivescovile, ex chiesa di San Vittore. Il titolo è di per sé emblematico: “Francesco Messina – Prodigi di bellezza: 120 opere a 120 anni dalla nascita”.

SI MUOVE CON STUPEFACENTE GENIALITÀ
TRA SACRO E PROFANO, UMANO E DIVINO

Il triplice evento (fino a fine marzo) è frutto della collaborazione tra Nicola Loi, anima della Fondazione Francesco Messina (di cui è Presidente Rossana Ramondetta), Studio Copernico di Milano e l’Ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi di Vercelli. Scrive Sandro Parmiggiani in catalogo dove riferisce di una annotazione di Giorgio de Chirico): “Le sculture di Francesco Messina ovunque si trovino fanno piacere a guardare, vivono con gli uomini e li consolano con la loro presenza”.

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