Hommage à Florence è un magnifico acrilico su tela di grandi dimensioni di Boris Zaborov, l’artista di origine bielorussa, trapiantato a Parigi, scomparso nel 2021. Di questo lavoro Giovanna Giusti, accademica, storica dell’arte e curatrice di una sua mostra, tenutasi a Firenze all’Accademia del Disegno nel 2018, scrive: “Tra il 2010 e il 2021 Boris Zaborov ha lavorato a un ‘opera che ha assorbito fortemente passione ed energia creativa. Il tributo iniziale è stato rivolto a uno degli artefici della rinascenza toscana (Quattrocento. Omaggio a Piero della Francesca). Lo studio sulla Flagellazione era confluito nei moduli geometrici che inscrivono la misura ideale e concreta dell’uomo e delle cose, nel calibrato rigore dello spazio condiviso tra una modella e tre donne, una giovane e due vecchie. Su quella prima pittura si è poi stratificata la ricerca di Zaborov che non ha esitato, suo solito, a guardare più nel profondo. Nell’arco di dieci anni, fino ai suoi ultimi giorni, ridipingendo sulla prima stesura, come un affresco che ricopre la sinopia, Zaborov ha reso ancora più forte il pensiero iniziale con Omaggio a Firenze, consegnando alla pittura la commovente dedizione alla città che ricordava come una civiltà spirituale unica sulla terra, che lo aveva fin da giovane studente assorbito completamente”.
Difficile trovare parole migliori per descrivere Hommage à Florence che il 21 maggio di quest’anno, nel corso di una cerimonia ufficiale presso la Sala delle Adunanze, è stato consegnata in dono dalla vedova Irina Zaborov all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, di cui dal 2018 Zaborov era membro.
Non è la prima opera di questo straordinario, appassionato artista a giungere nella città sull’Arno: nel 2008 egli aveva donato alla Galleria degli Uffizi l’ autoritratto L’artista e la sua modella, entrato a far parte della storica collezione degli Autoritratti, e altre opere, tra cui il grande dipinto dedicato alla Cupola del Brunelleschi, erano state da lui offerte nel 2018 all’Accademia, dove in quell’anno si tenne la sua mostra Lo spazio del Silenzio.
L’importante donazione, momento fondamentale che suggella il rapporto di Zaborov con Firenze, nato all’epoca dei suoi studi giovanili in Unione Sovietica, ben prima che egli potesse e sperasse di visitarla, mi fa riandare con commozione e gratitudine a questa figura dell’arte contemporanea, che ho avuto il privilegio di seguire per molti anni, essendo rimasta colpita, direi fulminata dalla bellezza, dalla profondità e dal mistero delle sue opere in un’ormai lontana mostra tenutasi al Museo Puskin di Mosca.
Così, ricordo alla perfezione l’imponente tela, oggi entrata a far parte della collezione dell’Accademia del Disegno, posta sul cavalletto nel suo studio, che io nei miei viaggi a Parigi non mancavo mai di visitare. Zaborov me la mostrava, parlandomi di come il suo progetto si stesse evolvendo, sempre sotto le forti impressioni delle architetture fiorentine, della tavolozza cromatica dei marmi e degli affreschi , della pittura di Piero della Francesca, insieme a Masaccio uno degli artisti che per lui rappresentavano profondamente Firenze. E quale emozione è stata ammirare, al centro della retrospettiva Boris Zaborov – Dipingere la memoria, tenutasi alla Maison Caillebotte di Yerres lo scorso anno, questo lavoro al quale egli si è dedicato fino agli ultimi giorni di un’esistenza, di cui ha scritto: “… gettando uno sguardo penetrante su quanto vissuto sullo sfondo di un’epoca terribile, devo considerare felice la mia vita”.
E proprio tale breve citazione, tratta dal libro Impasse Poule, 13 (indirizzo del suo magico atelier parigino), si collega, anche se indirettamente, a Firenze e all’arte italiana, che nella parabola creativa di Boris Zaborov hanno rivestito un ruolo fondamentale. Non è stato, infatti, un caso che egli, di cui negli anni avevo molto scritto, mi chiedesse di tradurre dal russo in italiano la sua autobiografia. All’inizio mi sorprese, mi parve strano, che non avesse pensato innanzitutto a una versione in francese, lingua del suo paese d’adozione, ma poi pagina dopo pagina, e soprattutto nella parte finale, in gran parte dedicata a Firenze e al suo rapporto con la città, pervasa di profonde riflessioni, di ricordi ed emozioni di un uomo per il quale è “giunto il turno di guardare la morte negli occhi” , compresi appieno la sua scelta, come sempre non conformista. L’arte rinascimentale e la tradizione figurativa fiorentina erano state i capisaldi della sua formazione e poi della sua vicenda artistica e, dunque,l’italiano era la lingua in cui aveva urgenza di trasmettere la propria storia, i suoi pensieri, il senso profondo della sua creazione.
E, come egli scrisse al Presidente dell’Accademia, Cristina Acidini, che, insieme a Carlo Francini , soprintendente dei Musei Comunali di Firenze, e a Giovanna Giusti ha presenziato alla cerimonia di consegna di Hommage à Florence, il suo amore “..si è sviluppato nel corso di decenni, in maniera strana, non sempre spiegabile. Questa mia storia fiorentina ha avuto nella mia storia personale un ruolo estremamente importante facendomi nascere anche l’idea di dipingere un’opera dal titolo Hommage à Florence ”.
Opera che, infine, come Boris Zaborov ha fortemente voluto, ha trovato il proprio posto in quella prestigiosa Accademia del Disegno, fondata da Giorgio Vasari 450 anni fa, che lo ha accolto fra i suoi membri, legandolo per sempre a Firenze, città che “… attrae. Assomiglia a una principessa incantata. Incomprensibile e misteriosa … Le epoche si susseguono una dopo l’altra, ma la tua bellezza non appassisce. Anzi, la sua fioritura è direttamente proporzionale al precipitare dell’umanità nel buco nero del nulla spirituale e professionale.”