Quella pittura fatta di suono, colore e luce - Lutto a Venezia per la scomparsa di Ennio Finzi

È stato protagonista del fervido dibattito culturale che infiammava la scena artistica veneziana nel dopoguerra

Le note di un violino, fiori colorati – molti i girasoli – una folla silenziosa di amici e colleghi si è ritrovata, il 22 di giugno, intorno a Ennio Finzi. Non un saluto qualsiasi, bensì quel saluto che non si vorrebbe arrivasse mai.
Era stato mio professore all’Accademia di belle arti di Venezia. Ricordo che quando discostava l’immancabile pipa dalle labbra, dopo un breve silenzio e un’occhiata al mio lavoro, tra le spesse lenti dell’importante montatura scura, arrivavano le sue considerazioni, sempre molto concise, a volte lapidarie. Ho imparato a capire che, in prima battuta, preferiva spesso la provocazione all’empatia.

Nato 93 anni fa, il 16 marzo del 1931, in un giorno di neve a Venezia, gli piaceva associare la sua passione per il tempo grigio, nebbioso, a quel momento di inizio vita. Una vita trascorsa in una città che amava e che è stata generosa di importanti esperienze formative e incontri culturali.
La passione del padre per l’arte e la frequentazione dello studio dell’artista Ferruccio Bortoluzzi, suo vicino di casa, sono stati però, anzitutto, l’avvio genuino della sua lunga carriera creativa.
All’istruzione istituzionale ha preferito i contatti diretti con artisti conosciuti in città: Virgilio Guidi, Mario De Luigi, Carlo Scarpa, Armando Pizzinato, Emilio Vedova (con il quale ha anche collaborato) Tancredi Parmeggiani, Atanasio Soldati e molte altre personalità che gravitavano nella Venezia del dopoguerra.

I suoi esordi coincidono così proprio con la stagione più vivida della città lagunare, con il dibattito tra astratto-figurativo, che si infiamma alla Biennale del ’48, con il clima spazialista (nel ’53 si firma il V manifesto), con le ricerche d’avanguardia della Galleria del Cavallino. Molti gli incontri che non passano indifferenti nella sua pittura, a volte anche dissonanti: dall’energia gestuale di Vedova al lirismo di Kandinskij al geometrico rigore spaziale e coloristico di Mondrian alle scritture segniche di Georges Mathieu. Pur navigando in un mare di esperienze – non tralascia neppure l’arte programmata e la poetica della Gestalt – insegue e elabora qualcosa che alla fine devia da qualsiasi appartenenza. Una strada mai facile che per parecchio tempo lo pone fuori dal mercato e dalle mode, una pittura che “imponeva un tipo di intelligenza critica di elezione” come Giuseppe Mazzariol insegna.

Ennio Finzi perviene a una lucida consapevolezza che la pittura è una materia colore, suono, luce che ha ragione d’essere nella sua stessa essenza di accadimento-evento irripetibile. Finanche a avvicinare il vuoto, la mancanza di riferimenti spaziali, il non-colore, per poi riapparire epifanica e inafferrabile. Con piglio scientifico contempla la possibilità del colore come energia di luce, “che si fa spazio” arrivando a indagare le nuove frontiere della fluorescenza luminosa.

Come il jazz “freddo” e la dissonanza della musica dodecafonica, che ben conosceva frequentando anche Bruno Maderna e Luigi Nono, ci lascia continui fenomeni di mutazione, improvvisazione, rinnovamento. E tutto senza abbandonare mai il perimetro della tela e i pigmenti.

Mi vien da pensare a una specie di esperienza immersiva, per rispondere alla necessità, mai placata, di accomunare processi percettivi che hanno sempre agito all’unisono dinamicamente, trasformandosi nello spazio della visione.

Dalla personale del ‘56 alla Fondazione Bevilacqua La Masa, con la presentazione di Toni Toniato - tra i critici più vicini a lui sin dall’inizio – passando nell’86 per la Biennale di Venezia, le esposizioni non si sono mai fermate.  Dal 17 maggio, oggi ancora in corso fino al 6 ottobre,  è l’omaggio, alla Galleria Ca’ Pesaro, a cura di Elisabetta Barisoni e Michele Beraldo.

“…spero che possano uscire con un frastuono mentale fra colori, suoni, musiche, ipotesi, situazioni e che naturalmente riescano a ricordare in qualche modo che cosa può diventare una spiritualità. Perché in definitiva, questo aspetto lo stiamo leggermente dimenticando…” così, nel febbraio dell’86, diceva Ennio Finzi, in occasione di quei mitici incontri con gli studenti organizzati da Giuseppe Mazzariol. Sempre un ottimo auspicio, grazie.

L'Autore

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Ha sempre amato la pittura, ma si è trovata iscritta al Liceo Scientifico, finito con il minimo sforzo e il minimo dei voti. Il rovello artistico però non si placa e in un solo anno prende la maturità artistica, questa volta con il massimo impegno e quasi il massimo dei voti. Poi Accademia di belle Arti, laurea con lode a Ca’ Foscari e pubblicazione della tesi. Approfondisce studi artistici a Salisburgo e alla passione per l’arte si unisce quella per la scrittura. Convivono ancora felicemente.

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