Una pittura evanescente, diradata e sottile, quasi a documentare l’intimità della propria anima
Tra i più sensibili e raffinati interpreti della pittura italiana, Mario Raciti ha saputo spingersi al limite del conoscibile, in quell’altrove dove soltanto i grandi artisti hanno avuto il coraggio di penetrare. Nato a Milano il 19 aprile 1934, inizia a dipingere giovanissimo, affiancando alla pittura un grande interesse per la poesia e per lo studio della musica. Partecipa al Premio San Fedele a Milano nel 1963 e nel 1964, anno della sua prima personale alla Galleria Il Canale di Venezia. È in quest’occasione che si creano i primi preziosi contatti con Marchiori, che d’ora in poi seguirà il suo lavoro, e con Valsecchi, prodigo di incoraggiamenti.
La forza allusiva del segno veicola messaggi estremi e verità profonde
Dal ciclo Presenze-Assenze a Mitologie, fino a Misteri la pittura di Raciti si è sempre più resa evanescente, diradata e sottile quasi a volere documentare l’intimità della propria anima. Nella sua forza allusiva il segno si fa espressione, veicola messaggi estremi, verità profonde, si fa interprete grafico di un linguaggio misurato, minuto, ma al contempo esteso e raffinatissimo. È una pittura di un altro tempo, è il tempo dell’eterno, del “dentro”, non è la pittura informale del “buttar fuori”, dell’azione energica e irrefrenabile; è scarica, tenue, “bianca”, evanescente perché guarda all’ignoto e non al già noto. Mario Raciti rimane un pittore conosciuto ma alquanto borderline - è lui stesso a scriverlo in una nota autobiografica per il catalogo ragionato edito da Skira nel 2023 - che “non può emergere più di quanto non abbia fatto nelle linee ufficiali di questa società che ama tanto i ludi e le vetrine, di questa società che non si preoccupa di guardare dentro, forse per paura di trovare nulla”.
Fondamentale l'incontro con i fratelli Lucchetta del Gruppo Euromobil, che lui vede come i quattro cavalieri di un'Apocalisse buona, spavaldi moschettieri del bello
E a proposito di questo catalogo, curato da Sandro Parmiggiani e sostenuto dal Gruppo Euromobil, punto d’approdo fondamentale della sua opera a cui il tempo ha riservato l’importanza e la presenza che merita (dalla Quadriennale romana nel 1973 e nel 1986 alla Biennale veneziana nel 1978 e nel 1986, passando per l’esposizione personale al Mart di Rovereto nel 2016 sono numerosissime le mostre a cui l’artista ha partecipato), non va dimenticato l’impegno assunto dai fratelli Lucchetta nel consolidare il valore di una scoperta. “La prima volta che li incontrai fu alla mia lontana mostra a Palazzo Sarcinelli a Conegliano - ricorda Raciti - mi seduceva il vederli sempre uniti, quattro, come i cavalieri di un’Apocalisse buona e sorridenti, positivi, voler vivere con l’arte, felici dei contatti con gli artisti.
Diversi i riconoscimenti nel corso della sua carriera, dalla Quadriennale di Roma alla Biennale di Venezia
E così l’azienda riluceva del bello dell’arte gemellata al prodotto, e così i nostri procedevano sempre più arditamente, avvicinandosi dal museo al contemporaneo, dalle vedute alla cultura del profondo. Cercano e rischiano fino in fondo, loro, i quattro Lucchetta, in un mondo che va da tutt’altra parte, spavaldamente moschettieri del bello”.
Il suo tempo è quello dell' eterno, del dentro, perché guarda all'ignoto e non al già noto