DI DINO MARANGON
Dopo la laurea in chimica e farmacia, si dedica già a partire dai primi anni ’60 all’arte
Paolo Patelli, nato ad Abazia in Istria nel 1934, nell’immediato secondo dopoguerra tornerà a vivere in Italia.
Dotato di una solida preparazione scientifica che lo ha visto laurearsi in chimica e in farmacia a Padova, esordirà in pittura a partire dai primi anni ‘60, operando in un ambito di matrice informale.
Vicino agli spazialisti veneziani con i quali condividerà l’ambiente della Galleria del Cavallino, le sue predilezioni si volgeranno ben presto a Tancredi, a Turcato, ma soprattutto a Gorky, a Wols, a Twombly, a Tàpies, a Kline, a De Kooning.
Nato ad Abazia in Istria nel ‘34, dal secondo dopoguerra vive in Italia
Sarà inoltre affascinato dai tentativi di esplorazione e liberazione della coscienza messi in atto dagli esponenti della Beat Generation, a cui si unirà il profondo interesse per il jazz e le processualità aleatorie di John Cage, fino all’incontro con l’anti-intellettualistica pratica dello Zen.
Stanco di quella che lui stesso definiva la “pasticceria tardo informale”, sentirà il bisogno di una più accentuata distinzione e organizzazione delle diverse componenti pittoriche in opere caratterizzate da stesure piatte e uniformi.
Nonostante il successo, Patelli avvertirà il desiderio di superare ogni residua concezione del quadro quale finestra virtuale per esplorare la possibilità di trasformare la pittura in una struttura oggettuale in grado di occupare liberamente l’ambiente.
Avvicinatosi per taluni aspetti alla pittura analitica, esponendo in tutte le principali rassegne fondative di tale tendenza, darà vita a opere a volte composte da più pannelli pervasi da ripetute stesure monocrome, a ribadire una profonda volontà di silenzio, per poi assemblare in esse componenti diverse lungo una linea di sviluppo che più che condividere le tautologie dell’arte povera lo porterà a significative tangenze con i maggiori esponenti dell’Anti Form e della Process Art.
Sarà vicino agli spazialisti veneziani, con i quali condivide l’ambiente della Galleria del Cavallino
Aggiungere, levare sarà il titolo di un importante video realizzato nel 1974, a evidenziare come dipingere costituisse lo strumento per coinvolgere lo spazio e l’ambiente in una sempre più profonda fusione tra arte e vita.
Dopo un periodo di lontananza per un grande dolore, riaffioreranno lentamente il desiderio e la necessità di dipingere concepiti nei termini di una più sedimentata essenzialità.
Nasceranno così multiformi mappe, liberissime tracce di aerei, paesaggi popolati di aria, di luce, di vento.
Affascinato dall’imponenza e dai segreti magnetismi delle antiche costruzioni sacrali, darà quindi vita alla grande istallazione di Stonehenge e all’ampio ciclo archetipico delle Grandi porte.
In seguito, sull’esempio degli azionisti austriaci, abbandonerà persino il pennello per agire direttamente con le mani nelle Proiezioni del mio corpo.
Costante è, comunque, il tentativo di allargare i confini del dipingibile, verificando nel contempo ogni sua componente: impiegando differenti strumenti e una vasta gamma di pigmenti.
Affascinato dagli antichi edifici sacri, crea la grande istallazione Stonehenge e il ciclo delle Grandi porte
All’aprirsi del nuovo secolo, su luminose superfici dalle forme e dai contorni più diversi, rese seriche da una serie di impalpabili passaggi, cominceranno a fiorire variopinte sgocciolature, limpidi, flagranti microcosmi, vere e proprie impalpabili monadi sovente accompagnate da trascorrenti, enigmatiche scritte, spesso capovolte, il cui significato reso volutamente misterioso, ma non del tutto cancellato, contribuisce ad arricchire questi sempre quotidianamente rinnovati cristallini universi pittorici, frutto di straordinaria sapienza e difficile libertà nel vivere e dare immagine al sacro fluire dell’esistenza.
Sull’esempio degli azionisti austriaci, agisce direttamente con le mani nella serie Proiezioni del mio corpo