La Campagna per Promuovere il Turismo. Ma Chi Vuole La Venere Influencer?

Open to meraviglia: sì, proprio una meraviglia riuscire a mettere d’accordo tutti, giornalisti e intellettuali dalle visioni di solito antitetiche. Solo che la condivisione questa volta non si basa sull’apprezzamento, ma sulla indignazione. Unanime e categorico il pollice verso per la campagna pubblicitaria del Ministero per il turismo e dell’Enit per promuovere quanto all’epoca di Goethe si chiamava Grand Tour, il viaggio intrapreso dagli aristocratici europei per perfezionare la cultura e che aveva come meta prevalente l’Italia. I tempi cambiano e, con essi, abitudini e gusti. Oggi, accrescere il proprio sapere non interessa a nessuno o quasi. Impensabile, nell’era del turismo fotografa e fuggi, suggerire la lettura dell’Italienische Reise per sollecitare una visita al Belpaese. Ci vuole ben altro. Molto meno, anzi. Basta assecondare i comportamenti del pubblico di riferimento per centrare l’obiettivo: identificazione e conseguente azione.
Deve essere quanto, un po’ troppo semplicisticamente, avranno pensato pure gli attuali creativi dell’Armando Testa. Parliamo della storica e blasonata agenzia fondata nel 1946 dall’omonimo pubblicitario, inventore di personaggi rimasti impressi negli spettatori dell’epoca di Carosello, come il Caballero misterioso della Pampa e la sua innamorata Carmencita, o l’ippopotamo Pippo. Alle spalle il glorioso passato, appurato che alla maggior parte della gente interessa più farsi un selfie davanti al Colosseo (e postarlo sui social) che non conoscerne la storia, gli advertiser si sono regolati di conseguenza.

Confortati forse anche dal notevole incremento di visitatori registrati dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze dopo lo shooting di Chiara Ferragni davanti alla Venere di Botticelli, hanno shakerato i due elementi. Il cocktail è servito: ecco Simonetta Vespucci, modella del capolavoro quattrocentesco, bellezza ideale del neoplatonismo fiorentino, trasfigurata in una moderna e vacua influencer. Virtual influencer, per la precisione. Indossa abiti alla moda, sciatti e bruttini per la verità: short e maglietta a righe, striminzita giacchetta di jeans, vestitino color carta da zucchero che vorrebbe essere elegante e proprio non ce la fa. Gira per Roma in bicicletta, posa, capelli al vento, seduta su una roccia a Polignano a mare, mangia la pizza con alle spalle il lago di Como e scatta l’immancabile selfie in piazza San Marco a Venezia. Uno stereotipo dietro l’altro. Scontate perfino le inquadrature delle immagini, dal taglio stucchevole e banale come le foto di vecchie cartoline. Ma la caduta di stile non si ferma qui: nomi di città tradotti come nomi comuni (tutta colpa di google?). In un crescendo di esilaranti storpiature, scopriamo che i poveri turisti tedeschi si consumeranno gli occhi a cercare sulle mappe una certa Garderobe (Camerino), una amena cittadina balneare denominata Treppe (Scalea) o quello strano capoluogo pugliese che fa Toast (Brindisi), ma che avrebbero potuto anche chiamare Prosit o Trinkspruch. Strafalcioni ridicoli, trionfo del Kitsch, declinazione verso il basso dell’Italian style, il tutto alla modica (si fa per dire) cifra di 9 milioni di euro.
Li avremmo risparmiati volentieri. E la figuraccia internazionale pure.

L'Autore

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Nella sua geografia dell’anima ha Venezia, la città natale, nel cuore e la Versilia eletta a buen retiro. Quando nell’adolescenza le chiedevano che cosa avrebbe desiderato fare da grande, rispondeva sicura: viaggiare e scrivere. Così, per raggiungere lo scopo, si è messa a studiare lingue prima, lettere poi.  E sono oltre 30 anni che pubblica romanzi, saggi, scrive articoli, gira per il mondo. Ci sono tre cose - dice - di cui non può fare a meno: il mare, la scrittura, il caffè. Ah: è il direttore responsabile di AW ArtMag.

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