Il respiro del marmo: antologica di Amendola a Palazzo Buontalenti e Antico Palazzo dei Vescovi, Pistoia Musei

23 Aprile 2021
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Nella sua lunga e importante carriera ha saputo guardare a capolavori di diverse epoche, stili, correnti fino ai ritratti dei grandi artisti contemporanei

Due delle tre grazie di Canova si sussurrano segreti che vorremmo cogliere

Innumerevoli sono le epoche che hanno guardato a Michelangelo per ridefinire i propri sogni, aspirazioni e modi di praticare l’arte. Tralasciando l’ovvio rimando al manierismo, durante il romanticismo, o successivamente con l’informale e la pop art, fino a Tano Festa e, in tempi più recenti, Bill Viola, fra le venature dei marmi michelangioleschi si è cercato – e a volte individuato – non tanto un passato lontano, ma una via per trovare se stessi e il proprio presente. Inevitabile che, quando guardiamo alle opere del passato e siamo convinti di coglierle coi nostri occhi, sia l’urgenza del capolavoro a modellare il nostro sguardo. Si sarebbe portati a pensare, come spesso si è fatto, che le tre dimensioni della scultura e la bidimensionalità della fotografia, la visione mobile dell’una e quella fissa dell’altra, siano destinate a conflitti. Ma se pure conflitto c’è, le sensuali contraddizioni che lo definiscono restituiscono splendidi doni. Se ne può avere un’idea nella bella mostra “Aurelio Amendola: un’antologia. Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri” (a cura di Paola Goretti e Marco Meneguzzo, Pistoia, fino al 25 luglio). Nella sua lunga e importante carriera, Amendola ha saputo, come suggerisce il titolo della rassegna, guardare a capolavori di diverse epoche, stili, correnti.

Amendola fonda la sua tecnica espressiva su un perfetto connubio tra chiaroscuro e dettaglio

Di fronte a una tale varietà di opere, l’artista padroneggia il linguaggio del proprio mezzo espressivo, che per la fotografia è la luce prima ancora dell’apparecchio, così da restituire ciò che l’immagine da sempre cerca di sostituire, senza riuscirci mai del tutto: corpi. Proprio perché la sfida, nei difficili rapporti tra scultura e fotografia, è improba, Amendola sembra fondare la propria tecnica espressiva su un perfetto connubio tra chiaroscuro e dettaglio: nel primo caso, i giochi di luce e di ombre restituiscono tutta la profondità che altrimenti sarebbe appiattita dalla bidimensionalità fotografica, mentre la carnalità della scultura risulta intatta e persino esaltata riaffiorando dal fondo scuro; nel secondo, la parte non solo restituisce il tutto, ma implica, richiama, invita la presenza dello spettatore, con la sua specifica corporeità, a partecipare di questo tutto. Si tratta, insomma, di un gioco di sguardi di suadente sensualità, dove ogni cosa nell’acquisire il suo peso specifico si fa eterea e l’assenza si fa presenza, ma è l’aleatorietà di questa presenza a suggerirci che ciò che vediamo vive di vita propria: un Giuliano de’ Medici di Michelangelo che affiora appena dalla sua nicchia e sembra spiarci con severità, due delle tre grazie di Canova mentre si sussurrano segreti che speriamo di cogliere, la luce che penetra dalle finestre di San Pietro e accende il baldacchino del Bernini, in un chiaroscuro intenso e drammatico che ci rende partecipi della tensione religiosa del barocco come nessun libro di storia sarà mai in grado di fare.

Nelle sue opere un gioco di sguardi di suadente sensualità

Quando Amendola, invece, non si dedica a opere d’arte, ecco che emergono le sue grandi qualità di ritrattista. Warhol, Burri, Marino Marini e, come recita il titolo dell’esposizione, gli altri: autori che hanno fatto grande l’arte moderna e contemporanea riaffiorano nell’attimo sospeso dell’immagine fotografica e, grazie a una particolare cura nel collegare l’effigiato ai soggetti e alle pratiche dei suoi quadri, lo scatto assume una valenza filologica non solo al modo degli universitari, ma anche a quello degli artisti: non solo si capisce, ma si vede, si tocca, si sente – si respira il respiro di un passato nient’affatto remoto.

Aurelio Amendola. Un’antologia.
Pistoia

Palazzo Buontalenti
Antico Palazzo dei Vescovi
A cura di
Paola Goretti
Marco Meneguzzo
Fino al 25/07

L'Autore

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Dopo aver deciso a sette anni di diventare scrittore, nei successivi trenta partecipa a diverse attività editoriali - come saggista, traduttore, critico - immancabilmente evitando l'obiettivo prefissato in tenera età. Nell'attesa, coltiva la sua grafomania e collabora con l'università IULM di Milano nei corsi di Filosofia dell'arte e di Estetica. Quando non è sul divano con un libro in mano, è in viaggio. In realtà, anche quando è su un divano con un libro in mano è in viaggio. E quando visita una mostra o guarda un film. Mai presente a se stesso, insomma, viaggia.

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