Quel grande e trasgressivo visionario

Milano • Il memorabile percorso della Galleria Apollinaire di Guido Le Noci

Uomo del sud, arriva a Milano nel 1925. Mercante ed editore appassionato farà dell'arte la ragione della sua vita. Diceva: "I nemici di Restany sono anche i miei nemici"

Sul finire d’aprile del 1960 nella vivacità di una Milano sventrata dai lavori della futura MM, eccomi al civico 4 di via Brera, ovvero nella Galleria Apollinaire, dove, alcuni giorni prima, Pierre Restany aveva presentato “Les nouveaux réalistes”, o meglio il suo gruppo primigenio formato da Arman, Dufrêne, Hains, Yves le monochrome, Tinguely e Villeglé.

Fu quello l’inizio del mio rapporto con Guido Le Noci, amicale e filiale al tempo medesimo, e sviluppatosi negli anni in momenti di partecipazione ed entusiasmo. Non ultimi quei tre giorni di fine novembre 1970, nei quali, per celebrare il decennale del nouveau réalisme, Milano visse provocazioni, proteste, mostre ed eventi pubblici.

La retrospettiva alla Rotonda della Besana con l’accensione della “Fontaine du Feu” ricordando Yves Klein e tutti i Nouveaux Réalistes impegnati in performances urbane identificanti, con Rotella a strappare manifesti, Christo a impacchettare sovrani e artisti, Tinguely a far esplodere l’enorme fallo davanti al Duomo e Spoerri maître di sala dell’“ultima cena” al Biffi in Galleria. E poi altri e infiniti incontri, con quest’uomo battagliero, generoso ed eclettico, dagli occhi vivaci, eppure non sempre pronto a raccontarsi.

Ma chi era Guido Le Noci? Un uomo del sud, emigrante visionario e appassionato, dinamico mercante ed editore raffinato che seppe e volle fare dell’arte la ragione assoluta della sua vita. Giunto a Milano il 19 marzo 1925 da Martina Franca (dove era nato nel 1904), ebbe i suoi primi contatti con la Galleria Pesaro e con l’ambiente comasco.

“Sin dall’inizio cominciai a comprare piccoli disegni e a scambiare quadri”, mi aveva detto parlandomi dello studio/recapito al 25 di via Manzoni, ma è a Como nel 1943 che apre la Galleria Borromini prontamente bloccata per ordine della prefettura. Quindi, un primo viaggio a Parigi. Finita la guerra, Le Noci ritorna a Milano e riapre la Borromini con le opere di Savinio, Soldati, Meloni e Munari.

Nel 1949 organizza il Premio Taranto e, dopo aver chiuso nel 1950 la galleria per motivi fiscali, collabora con Schettini e con il Piccolo Teatro di Paolo Grassi. Dal 1951 dirige la Galleria Bompiani con l’occhio al Futurismo e all’arte astratta italiana e dal 1953 al 1961 lo troviamo Segretario generale del Premio Lissone, cui riesce a dare una dimensione internazionale.

Il 17 dicembre 1954 alle ore 17, con un omaggio al passato (in mostra Morandi, Savinio fra gli altri) e con lo sguardo a Parigi, dove nel 1953 ha incontrato Pierre Restany, apre la Galleria Apollinaire, dapprima fronte strada e poi nel cortile. Le Noci ha finalmente concretizzato il suo sogno ed è qui che nel 1957 propone in prima mondiale i monocromi di Yves Klein, tra il manifesto e persistente scetticismo dell’ambiente milanese con Valsecchi in testa e l’ironia degli studenti dell’Accademia sobillati dai loro docenti.

Seguono Licini, Hartung, Mathieu e le prime mostre italiane di Fautrier e di Arman, poi la trasformazione in Centro Apollinaire, la pubblicazione di “Lyrisme et abstraction” di Pierre Restany, la sala di Fautrier alla XXX Biennale di Venezia e il premio ex-aequo con Hartung quindi una sequenza di memorabili eventi, nel segno di Pierre, tra cui le “prime” di César e di Christo, Rotella, Lichtenstein, Fontana e il “Manifiesto Blanco”, Manzoni, Isgrò, Buren e, omettendo molto altro, Marchegiani e Marrocco.

Quest’ultimo oggetto e soggetto di quel “Calendario” che Guido volle stampare con le mie alchimie linguistiche e la prefazione di Pierre nel 1975. Cinque anni dopo il Centro Apollinaire chiuderà con un necrologio su Il Corriere d’Informazione di Buzzati da sempre a lui vicino, ma fu il 2 luglio 1983, con la morte di Guido Le Noci, che terminò un’epoca non più ripetibile.

Di lui e del suo mondo ci rimangono libri, cataloghi, manifesti, ricordi e il significato dell’amicizia vera, quella che, sul suo “Le livre rouge de la revolution picturale par Pierre Restany”, gli faceva scrivere di proprio pugno “I nemici di Restany sono anche i miei nemici”.

L'Autore

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Dai primissimi anni ’60 lo trovi a raccontare l’arte (molto spesso anche i suoi - dell'arte - tanti rapporti con l’esercitata scienza) e a colloquiare con gli artisti. Lecce, Bologna e Urbino i luoghi della formazione. Roma, Torino e Napoli quelli del fare. Libero e creativo, ha perso il conto dei buchi su una tela, ha rotto un bicchiere napoleon liberando la mosca prigioniera, ha vissuto il ’68 e dialogato sul concetto, ha pieno di parole un Calendario senza fine, ha dato alle fiamme cavalli di cartapesta su una pira, e… Trentacinque anni fa rammentando Minotaure ha inventato “ARTE&CRONACA”.

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