Una grande retrospettiva dalla forza antropologica in cui sfilano 6 decenni di ricerca
Maria Lai nasce a Ulassai nel 1919, un paesino montano di poche anime, nell’Ogliastra in Sardegna. Terra di grandi spazi, di silenzi, di leggende che l’artista non può dimenticare. Nemmeno quando è altrove: a Roma per frequentare il liceo artistico, a Venezia all’Accademia di Belle Arti, per seguire l’insegnamento di Arturo Martini. Poi di nuovo a Roma, dove apre il suo studio. Sono gli anni dell’arte povera e concettuale: nel ‘71, espone i primi Telai, nel 1978 è invitata alla Biennale veneziana. Nel 2006 inaugura a Ulassai il suo museo, La Stazione dell’Arte, donando oltre 150 opere. Negli ultimi anni si stabilisce a Cardedu, lasciandoci, a 94 anni, il suo lavoro e il testamento spirituale. “Cerco spazi cosmici, cieli, spazi lontanissimi però tattili”; “Non importa se non capisci, segui il ritmo”.
Dimostra che l'infinito può essere racchiuso nella cruna di un ago, purché si abbia il coraggio di infilare il filo e cominciare a tirare
Ritmo che connette l’arte alla musica, alle leggi biologiche dell’universo, alla vita. Come la sua isola, la sua vocazione ha la solidità dei graniti e la dolcezza del mare, perciò, in un mondo declinato ancora al maschile, sa fare della tradizione avanguardia. Laddove i sacchi di Burri gridano il trauma della carne e la violenza della materia, le tele cucite di Maria Lai rispondono con la cura del rammendo, con vuoti e silenzi. È una risposta riparativa alla medesima ferita esistenziale. Due sguardi che si incrociano sulla stessa soglia: quella in cui l’arte cessa di rappresentare il mondo e diventa, poeticamente, la materia stessa del mondo. Maria Lai dimostra che l’infinito può essere racchiuso nella cruna di un ago, purché si abbia il coraggio di infilare il filo e cominciare a tirare. I suoi Telai, le Fiabe, i Pani, i Libri cuciti - che non si possono sfogliare se non accettando il mistero del filo che lega le pagine - le Geografie ricamate, sono ponti gettati sul vuoto, metafore di assonanze lontane, di nutrimento spirituale.
Quella "capretta ansiosa di precipizi", come la definiva il padre, attraverso sentieri impervi, ha saputo essere una pioniera dell'arte contemporanea, Solitaria e libera
Realizza, nel 1981, prendendo spunto da una leggenda, Legarsi alla montagna: 27 km di nastro azzurro uniscono le case di Ulassai alla montagna sovrastante, trasformando la paura delle frane in un legame di solidarietà. È il primo esempio di arte relazionale in Italia. “Ogni opera d’arte richiede di essere letta non attraverso la spiegazione, ma attraverso la metafora, perché la metafora è l’unico linguaggio capace di contenere l’invisibile”, non si stanca di ripetere. Questa urgenza emerge con forza antropologica nella grande retrospettiva “Maria Lai: Essere è tessere”. (fino al 21 settembre) al Madre, curata da Mónica Amor e Carlos Basualdo. Sfilano 6 decenni di ricerca, con molti documenti inediti. Quella “capretta ansiosa di precipizi”, come la definiva il suo papà, seguendo sentieri impervi, ha saputo essere una pioniera dell’arte contemporanea, solitaria e libera.