La Poesia come Energia Creativa - Incontro con Démosthènes Davvetas

19 Luglio 2023

Critico, poeta, artista, incentra la sua ricerca sul tema uomo, arte, natura

La vernice della XL Biennale di Venezia, del 1988, oltre il suo abituale manifestarsi quale il tempo/luogo dell’arte, mi consentì di ri/trovare insieme nel Padiglione della Gran Bretagna Tony Cragg, lo scultore inglese di cui rammentavo le opere presentate appena l’anno prima a Kassel per Documenta 8, e il critico greco Démosthènes Davvetas.

OGNI ESPERIENZA CON LA BELLEZZA PUÒ DIVENTARE UNA VERITÀ COLLETTIVA

Una sorta di replica impropria di quanto accadutomi il 26 settembre 1984 a Nizza (l’occasione fu la mostra di Paul Mansuroff nella Galerie Sapone), con tra le mani una copia di Libération per leggere “Les haines de Tony Cragg”, il pezzo firmato da Démosthènes. Lo avrei reincontrato nell’ottobre 1992 a Rodi, relatori entrambi nel Simposio internazionale “Concrete Utopia as a  Social Project” guardando a Joseph Beuys e al suo pensiero (quel suo rapporto privilegiato con l’artista tedesco, anche a me particolarmente vicino). Lo avrei rivisto con Marco Bagnoli nel borgo di Sogna per “Figure di Parola” nell’estate di quattro anni dopo, e nel 2002 a Bolognano per la sua “Dedica a Beuys”. Ancora una volta in quella fluida percezione dell’essere che rimanda ad Eraclito. Critico, docente, curatore, conferenziere, scrittore, artista/ performer e perfino boxeur, ma essenzialmente poeta, Démosthènes Davvetas, nel riconoscere all’ambito cui sovrintendono Calliope, Euterpe ed Erato lo status di energia creativa, individua nell’arte la soluzione dei problemi del vivere.

CON SIMONIDE, PER LUI LA POESIA È
UNA PITTURA PARLANTE E LA PITTURA UNA POESIA SILENTE

Lo testimonia la sua enorme e multidisciplinare produzione. Ricordiamo i romanzi “Oreste, ou le Roman sans fin” (Flammmarion, 1997) e “Il ritratto di un terrorista”(Kaktos, 2022), i tre volumi dei “Dialoghi” (Jerome de Noirmont, 1999) e i libri di poesie “Nello specchio di Orfeo” e “Suoni dell’Universo” editi entrambi nel 2016 da AP. Da segnalare anche i tanti saggi (Martin Disler, Tony Cragg, Antoni Tàpies, Gilbert e George, Enzo Cucchi, Jasper Johns, André Masson, Cy Twombly, Georg Baselitz, Alighiero Boetti, Julian Schnabel, Miquel Barcelò, George Sfikas, Rainer Fetting, Mario Merz, Jean-Michel Basquiat, Jean Le Gac, Francesco Clemente, James Brown, Marina Abramovic, Joseph Beuys, etc.) oltre che la memoria di suo essere artista totale, alquanto fluxus, nella successione di mostre/performance personali e collettive.

E oggi, ricordando il dialogo/ confronto con Ottavio Celestino per “PHOTO-GRAPHIA. The Fire of Prometheus”, dell’ottobre dell’anno scorso anno presso “SUarte Gallery” di Roma a cura di Fiorella Basan, eccomi a sottoporre al versatile, eclettico e proteiforme amico alcune domande.

"BEUYS ERA IL MIO PADRE SPIRITUALE,
CI INCONTRAVAMO OGNI 10 GIORNI"

Come nasce il tuo rapporto con l’arte e con le sue molteplici diversità?
Quando ero bambino, forse le storie che mia nonna spesso mi raccontava, forse il fatto che mio padre fosse anziano e avevo paura potesse morire, forse il fatto che dovevo affrontare la morte di mia nonna, forse, ero una persona terribilmente paurosa, con una paura enorme dentro me. A scuola questa paura è diventata un enorme problema: gli altri ragazzi lo sentivano e hanno cominciato a bullizzarmi. La situazione mi ha generato molta rabbia. Sentivo una terribile violenza dentro di me. Sentivo che questa violenza doveva essere espressa. Così, una notte in cui non potevo dormire a causa dei brutti ricordi scolastici, ho iniziato a scrivere una storia dove immaginavo di punire le persone che mi bullizzavano. Ad un tratto mi sono sentito calmo. Così questo piano piano è diventato un’abitudine: ogni volta che mi sentivo male, scrivevo una storia ed ero felice. Era una catarsi per me.
Lo stesso accadeva quando volevo inviare un messaggio a qualcuno mentre ero a scuola: ho iniziato a scrivere a parole, ma per non essere beccato dai professori continuavo la frase con delle immagini. Nel tempo, questo comportamento è diventato una forma di espressione personale. Quando ho capito di avere una mentalità artistica, ho iniziato a mescolare disegni e poesia. Ho presto capito che la poesia e la pittura sono due facce della stessa cosa. Così ero un poeta che dipingeva e un pittore- poeta.
Più tardi, ho trovato nella filosofia greca la frase del poeta classico Simonide: “la poesia è una pittura parlante e la pittura è una poesia silente”. Dato il mio spirito insoddisfatto, mi sono immaginato di scrivere poesie ovunque. In questo modo è nata la performance. L’amicizia con Joseph Beuys mi ha aiutato molto. Mi ha spinto ad esprimermi in tantissimi modi. Anche i miei studi in filosofia mi hanno aiutato tanto.

Quando e come hai conosciuto Joseph Beuys?
Ho incontrato Joseph Beuys ad Atene. Ero un giovane studente di giurisprudenza. Per caso, sono passato di fronte ad una galleria. Ho guardato i disegni ed ero affascinato dalla loro fluidità e trasparenza. Sono entrato e ho iniziato a guardarli. Non sapevo chi fosse l’artista. All’improvviso un uomo con cappello e gilet si è avvicinato e mi ha chiesto: 
-perché guardi quei disegni? Ho visto un uomo vestito strano con occhi azzurri che mi parlava. Gli ho risposto: -amo la fluidità dei disegni.
Ad un tratto la sua voce divenne entusiasta: Fluxus.... Fluxus... Ero sorpreso. Ma non capivo cosa significasse Fluxus. Non sapevo nulla di arte contemporanea. Così ho provato a spiegargli meglio: -Intendo che mi fa sentire come la fluidità di Eraclito.
Così con una voce forte ed entusiasta mi disse: Eraclito... Eraclito...
E ha iniziato a pronunciare una frase di Eraclito in greco. Anche io gli ho risposto con una frase di Eraclito in greco. E gli ho chiesto se lui fosse greco. Mi ha risposto che è tedesco. Poi mi ha chiesto di uscire a cena con lui.
Io non sapevo chi fosse. Ma ho accettato perché qualcosa mi affascinava.Cenare con lui è stata un’esperienza fantastica: abbiamo parlato di filosofia, letteratura etc. Ma comunque il suo nome non mi diceva un granché, non lo conoscevo.
Mesi dopo, a Parigi, ho veramente scoperto chi fosse quando ho mostrato una sua foto in una libreria. L’ho chiamato. Mi ha invitato a Düsseldorf. Sono andato e sono stato a casa sua per tre giorni. Poi mi ha mandato a Berlino, dove il direttore del DAAD mi ha offerto una borsa di studio per 4 mesi. Quando sono rientrato a Parigi per proseguire gli studi, ho proposto al giornale “Libération” un’intervista con Joseph Beuys. Hanno accettato. E così ho iniziato il mio periodo come critico d’arte.

Qual è stato il tuo rapporto con il maestro tedesco?
Beuys era il mio padre spirituale. Mi ha fatto credere in me stesso, di sentirmi libero e creativo. Ci incontravamo circa ogni 10 giorni. Parlavamo tanto di filosofia, arte e letteratura. Mi ha mandato a Malta ad incontrare il presidente Don Midof, dicendogli: “ti ho mandato il mio ambasciatore”. Mi ha spinto ad essere me stesso e mi ha insegnato che prima di tutto dobbiamo avere valori umani per essere persone creative. Posso dire che, dopo averlo incontrato, la mia vita è cambiata radicalmente. Non avevo più paura di nulla. Ha avuto la fantastica capacità di spingermi a scoprire il meglio di me stesso.
Ho scritto la tesi su di lui e sono diventato professore. Ha spinto la mia creatività e il mio desiderio di conoscenza al massimo. Mi manca terribilmente. Quando realizzo le mie performance penso a lui. Dopo tutti questi anni, è ancora il mio eroe.
Il suo tocco nell’arte, nella seconda metà del ventesimo secolo, è unico. Una mente grandiosa, uno spirito grandioso che avevano una sola idea creativa essenziale: essere una brava persona, fare del bene per la società.
La sua totale (sferica) arte è una nuova sorta di umanesimo. Lui rimarrà tra i grandi maestri della storia dell’arte.

Il giusto rapporto uomo-arte-natura dove potrebbe portarci? 
Quello che noi chiamiamo natura non è solo ciò che vediamo nell’ambiente. Come per esempio gli alberi, gli animali, il mare etc. La vera natura, come disse Eraclito, “ama essere nascosta”. Natura, ΦΥΣΙΣ, in greco significa ΦΩΣ, luce. Dunque, la natura è questa luce che è dentro di noi e ci fa vedere tutto. La nostra natura è la nostra luce interna. La natura è la luce di alimentazione che fa apparire davanti ai nostri occhi gli alberi, il mare, la foresta, le montagne. Anche l’arte è parte interiore della nostra creatività. Le forme dell’arte che possiamo vedere sono nate dalla potenza interna dell’arte che è, allo stesso tempo, la natura-luce. Natura- arte-uomo è un forte potere organico di creatività che genera le forme. Questo ci aiuta a vivere in armonia con noi stessi, con gli altri, con il mondo e con la morte. Senza la luce di questa relazione organica siamo infelici e non siamo creativi.

Ma, alla fine, cosa è l’estetica?
L’estetica è la nostra esperienza formata, aperta, espressa del buono (come bellezza, verità e bontà) che noi abbiamo nella vita. Questa esperienza, però, necessita di essere parte della nostra coscienza storica. L’estetica non è solo la nostra idea soggettiva di bellezza. Deve essere esperienza viva, deve essere nutrimento per il nostro pensiero creativo. Questo, però, deve avere anche elementi di coscienza collettiva e storica. Ogni esperienza con la bellezza può diventare una verità collettiva e far bene alla storia umana. Se non c’è esperienza viva non si parla di estetica. È altro. Forse un’ontologia digitale. Ma tutto ciò che è ontologia digitale non è più estetica come l’abbiamo intesa fino ad ora. La vita digitale porta alla fine della tradizionale estetica viva.

Filosofo, critico, poeta, artista, e poi?
Filosofia, atteggiamento critico, poesia, arte, insegnamento, tutte caratteristiche della mia personalità, sono solamente alcune delle possibilità che ho come persona creativa. Ne ho tante altre che arriveranno. È arrivata già la politica. Scrivo articoli politici per un quotidiano e aspetto il momento per avere una responsabilità politica. Alla fine, questi differenti linguaggi non sono altro che il mio contributo come poeta per il bene. Ma l’idea principale è la poesia come energia creativa. Abbiamo bisogno della poesia di tutti per offrire il buono. Tutti sono poeti. Questa è la mia piccola filosofia di vita creativa.
In questo momento, ho una grande mostra alla galleria Chalkos a Tessalonica e al “Free art space” nel Peloponneso. Ho partecipato ad un’esposizione presso “House of Cyprus” a Cipro e anche a Marsiglia. Ho appena finito di esporre alla “SUarte Gallery” a Roma. E sono in trattativa con uno spazio importante, sempre a Roma. In questi spazi espongo dipinti e realizzo performance.

Come vedi l’attuale situazione artistica in Grecia?
In Grecia ci sono molti artisti bravi. Il problema, però, è che imitano l’arte europea. Cercano di essere più europei degli europei. La vita in Grecia, però, non è la stessa che in Europa. Dunque, non c’è un’esperienza creativa viva, bensì un’esperienza letteraria che porta ad un comportamento artistico mimetico. E questo può essere un problema.

L'Autore

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Dai primissimi anni ’60 lo trovi a raccontare l’arte (molto spesso anche i suoi - dell'arte - tanti rapporti con l’esercitata scienza) e a colloquiare con gli artisti. Lecce, Bologna e Urbino i luoghi della formazione. Roma, Torino e Napoli quelli del fare. Libero e creativo, ha perso il conto dei buchi su una tela, ha rotto un bicchiere napoleon liberando la mosca prigioniera, ha vissuto il ’68 e dialogato sul concetto, ha pieno di parole un Calendario senza fine, ha dato alle fiamme cavalli di cartapesta su una pira, e… Trentacinque anni fa rammentando Minotaure ha inventato “ARTE&CRONACA”.

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