Eppur si muove - Il punto sulle forme dinamiche di Alberto Biasi

Un’intensa attività di ricerca fra il ’58 e il ’60 è alle origini della nascita delle Trame e degli Oggetti ottico-dinamici

Alberto Biasi realizza le sovrapposizioni di carte forate dal titolo Trame dal 1958 al 1960. Allora poco più che ventenne, aveva iniziato quella ricerca casualmente, nel corso di un’esperienza intrapresa seguendo i consigli del padre Giuseppe che, per tradizioni di famiglia, lo voleva esperto in agronomia. Contrariamente al suo desiderio di frequentare il liceo artistico, viene iscritto infatti al liceo classico e durante una pausa estiva segue un corso dell’Istituto Bacologico di San Giacomo di Veglia. Ottenuto il diploma di allevatore di bachi da seta, presta consulenza agli allevatori rifornendoli di carte forate per il ricambio e la pulizia delle lettiere. E così, durante quell’esperienza intuisce che, giocando con le carte forate, si ottenevano effetti visuali imprevedibili, in particolare quando queste venivano manipolate e fatte scorrere le une sulle altre sopra una superficie piana. Una volta sovrapposte complanari e distanziate fra loro, provocavano un ipnotico dinamismo ottico, dando vita a effetti luminosi e a forme mutevoli. Dopo le Trame, veri e propri ready made, Biasi realizza i cosiddetti Oggetti ottico-dinamici costituiti da garze, reti metalliche o pitture in seguito abbinate a stringhe di PVC. La loro peculiarità consiste nella sovrapposizione di strutture lineari e materiche disposte su piani diversi, ma con distanze e profondità differenti, di conseguenza percepibili in modo dinamico nella dimensione spazio-tempo.

LE CARTE FORATE USATE DAGLI ALLEVATORI DEI BACHI DA SETA ISPIRERANNO IL CICLO DELLE TRAME DEL '58

“Il fenomeno del dinamismo”, spiega Biasi, “appare solo guardando l’opera, non la sua fotografia, che è sempre immobile. L’immagine dell’opera invece, concepita in quattro dimensioni sa muoversi e sa star ferma interferendo con gli occhi e i movimenti di chi guarda. È questo movimento che mi ha conquistato come pittore”. 

Già a partire dagli anni Sessanta le attenzioni del maestro si concentrano sull’analisi delle visioni mutevoli provocate da fenomeni naturali come la pioggia e la luce. Ad affascinarlo sono soprattutto le figure di interferenza create per esempio da griglie sovrapposte con diversa angolatura o da parallele con maglie diversamente distanziate conosciute come effetto moiré. Il termine, usato in tipografia e nell’industria tessile per definire un tipo di stoffa con effetti cangianti, non piaceva a Biasi che per le opere di quegli anni preferì il nome Oggetti ottico-dinamici. I titoli però venivano attribuiti di volta in volta, in base all’immagine suggerita dall’effetto di interferenza: Iperbole, per esempio, fu il primo Ottico-dinamico del 1960 poi proposto come Geometric Transformation.

GLI OGGETTI OTTICO-DINAMICI DEGLI ANNI '60 DERIVANO DALLE VISIONI MUTEVOLI PROVOCATE DAI FENOMENI NATURALI

Proprio quest’opera cattura l’attenzione di Hans Richter che, nel maggio del 1963, visita a Padova il Gruppo N. Lo testimonia non solo il vivido ricordo di Biasi, ma anche la dedica scritta da Richter sul catalogo della sua personale alla Galleria Pagani. Osservando i lavori, l’artista e regista tedesco rimane stupito dalla contiguità delle ricerche di Biasi e quelle appena pubblicate sulla rivista “Scientific American”.

NELL'OPERA GOCCE IN LAMIERA FORATA SU CARTONE DIPINTO VEDIAMO CERCHI CONCENTRICI IN MOVIMENTO

Conservato in una collezione privata a Padova, Geometric Transformation è uno dei primi lavori del ciclo ad essere documentato. L’opera trae spunto dal crivello, un comune utensile utilizzato per setacciare la farina, ed è costituita da due livelli (una rete metallica e lamelle in PVC) che insieme generano configurazioni visive mutevoli riconducibili alle iperboli. Le fotografie dell’oggetto vengono pubblicate nell’ottobre del 1964 sul “Time” all’interno del famoso articolo Op Art: Pictures That Attack the Eye che segnerà l’arrivo dell’Optical Art negli Stati Uniti. Per rendere l’idea del dinamismo, il fotografo americano utilizza come espediente la successione della stessa immagine in dissolvenza.

"L'OPERA CONCEPITA IN 4 DIMENSIONI SA MUOVERSI E SA STARE FERMA INTERFERENDO CON GLI OCCHI E I MOVIMENTI DI CHI GUARDA"

Nonostante tale tentativo risulti insufficiente a restituire l’effetto del dinamismo, è significativo che già allora venisse intuita l’inadeguatezza della fotografia di fronte a tali oggetti.
Il “distanziamento dei livelli” è la tecnica alla base di molte opere degli anni ’60 legate all’acqua, immagini che magicamente appaiono in movimento e che appartengono al ciclo dei Rilievi ottico-dinamici, ben diversi da altri lavori di Biasi come le Torsioni, i Politipi e gli Assemblaggi. Un esempio è l’opera Gocce (1962) realizzata in lamiera forata su cartone dipinto, in cui vediamo cerchi concentrici in movimento, come quando le gocce cadono su una superficie liquida. In realtà sia le gocce sia il movimento sono un magico frutto dell’elaborazione visiva e mentale di chi guarda.

L'Autore

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Nata a Messina, ha vissuto a Roma, Padova e Venezia. È Dottore di ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea e si occupa principalmente dell’arte degli anni Sessanta. Segue con vivo interesse eventi culturali e mostre in Veneto e da anni collabora con riviste di settore per la stesura di articoli e testi critici.

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