Troppe vittime innocenti nella storia dell’umanità
Vittima. La parola suscita immagini di riti pagani: un animale viene catturato, legato, sventrato, bruciato, sacrificato a beneficio di altri, che sia il singolo o la comunità. La sua vita rubata per una causa che non lo coinvolge. La vittima sacrificale (talora umana) è uno scambio, spietato e agghiacciante, con la divinità, la cui accettazione si auspica produca effetti benefici. Etimologicamente, il termine, rivestito di tanta innocenza quanta impotenza, sembra derivare proprio dalla radice indoeuropea weik – scambio. In questi nostri tempi disgraziati assistiamo inermi a miriadi di immagini di chi perde braccia, gambe, testa, casa e vita in guerre in cui l’indifferenza quanto l’orrore cancellano l’umanità. E sono tutti vittime, civili inermi e giovani militari mandati per forza a combattere per decisioni non loro, che immolano i loro corpi, le loro giovani esistenze, i loro sogni, le loro speranze. E la spietatezza di chi accende la guerra non ascolta l’accorata domanda di Abramo a Dio nella Genesi (18, 23): “Davvero tu vuoi distruggere insieme il colpevole e l’innocente?”. Troppe le vittime che continuano a sanguinare in quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”. Sono i ragazzi mandati al fronte con divise di colori diversi e risucchiati nella cruenta spirale della violenza e della sopraffazione che la lucida follia della guerra innesca, senza scampo. Sono donne, bambini, uomini cacciati dalle loro terre, bombardati, ridotti alla fame, colpiti, in nome di una vendetta atroce che li rende bersagli incolpevoli con un solo destino: soccombere. La sofferenza non è diversa da quella che Giulio Romano nel ‘500 esprime nella Caduta dei Giganti a Palazzo Te a Mantova, o Picasso denuncia con Guernica: violenza, massacro, devastazione.
Il buon senso ci dice che come “non si può asciugare l’acqua con l’acqua e spegnere il fuoco con il fuoco” così “non si può combattere il male con il male” (R. Saviano), ma le logiche di potere nulla hanno a che fare con il buon senso.
“L’arte è una ferita trasformata in luce” (L. Bourgeois) e sa investire chi guarda con vampate di sdegno fatte visioni. Nessuno può dimenticare Marina Abramović che nella performance Balcan Baroque alla Biennale del 1997 spazzolava montagne di ossa insanguinate. L’orrore non si lava via, inonda il mondo.
Il sacrificio di Isacco di Caravaggio degli Uffizi mette in scena la vittima che incarna ogni vittima di ogni tempo. Il figlio che il padre è pronto a sacrificare. Attendiamo tutti l’angelo che fermi il coltello.
Habemus papam. Le prime parole pronunciate dal neoeletto Leone XIV sono state “La pace sia con tutti voi”. Parla di una pace da cercare sempre, costruendo ponti, tutti insieme, con il pontefice che ha già nell’etimologia del suo nome la missione di costruttore di ponti, una pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante”, contro il male la cui manifestazione più devastante è la guerra. “Il male non prevarrà”. Le sue parole sono carezze di papa.
Ascolti consigliati
Antonio Vivaldi, Stabat Mater
Karl Jenkins, L’homme armé