Bellezza e crudeltà: Thomas Hirschhorn

23 Febbraio 2022
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Il ciclo Pixel-Collage assembla foto disturbanti di guerra e violenza a illustrazioni pubblicitarie

L’approccio a “Thomas Hirschhorn, the Purple Line”, a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli, è suggerito dal titolo. Il riferimento rimanda alla teoria dei colori, in cui un punto esatto al confine fra spettro dei rossi e del violetto respinge e al contempo seduce lo sguardo. Lo stesso impatto destabilizzante è ricreato dall’allestimento labirintico ideato dall’artista svizzero, una parete viola, dalla linea tortuosa, lungo cui le opere sono esposte. Fino al 6 marzo 2022, al Maxxi, 118 lavori del ciclo Pixel-Collage (2015- 2017) presentano foto disturbanti, tratte dalle pagine web di cronaca di guerra e di violenza, assemblate a illustrazioni pubblicitarie. Il corto circuito risiede nella scelta di oscurare, di pixellare soltanto le seconde. La mostra pone l’attenzione, dunque, sulla deriva anestetizzante della censura quando, per schermare la sensibilità dal turbamento, alimenta il fenomeno dell’iper-sensibilità che l’artista distingue per l’incapacità di mantenere uno sguardo vigile sui fatti. Le tematiche che si schiudono in questa mostra non lasciano spazio a un’analisi superficiale sulle conseguenze del nascondere agli occhi il dolore, la morte. In Italia, secondo le regole deontologiche sul trattamento dei dati personali, “il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine”.

LA MOSTRA PONE L'ATTENZIONE SULLA
DERIVA ANESTETIZZANTE DELLA CENSURA

In definitiva, la scelta finale spetta all’individuo. Nella cultura anglosassone, la diffusione dei trigger warning, avvisi che segnalano la presenza di contenuti potenzialmente sconvolgenti, è risultata, a volte, controproducente nell’alimentare ansia, anziché tutelare soggetti con traumi pregressi. L’apporto empatico proprio del linguaggio visivo lo caratterizza come strumento diretto, differente dalla verbalizzazione per la capacità di trasmettere in modo istantaneo e viscerale un contenuto. Nel comprendere le potenzialità uniche della comunicazione per immagini si attinge a un confronto tra figura e discorso che negli anni ha stimolato le riflessioni di grandi pensatori. “Ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice” per Foucault, “sentiamo in un modo, nominiamo in un altro” per Proust. Il pixel allora può essere, secondo Hirschhorn che esprime la complessità contemporanea frammentata e contraddittoria, responsabile di accorciare la distanza tra bellezza e crudeltà. Privilegiando la componente patinata della realtà, infatti, a discapito di quella più cruda, limita la completa e profonda presa di coscienza del vero, facendosi pericolosa comfort zone delle atrocità.

L'Autore

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Assistente di redazione. Dagli studi linguistici rimbalza a quelli di ingegneria e approda nel digital marketing, attraverso un processo di liberazione cinetica. Performer in una galleria di Pietrasanta, conosce nel 2019 il direttore di AW ArtMag a cui si lega professionalmente, unendo la sindrome di Stendhal per Boltanski all’esaltazione per l’editing. In ufficio, è tête-à-tête col pc. A casa, guarda dalla finestra, pensa, scrive e progetta il prossimo reportage.

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