IL GIOVANE RIVOLUZIONARIO - Livorno. Gad Lerner e Silvia Truzzi portano “Il Sogno di Gramsci” in Fortezza Nuova

Tre testi inediti svelano gli albori della sua idea politica

 

A partire dal ritrovamento di tre temi inediti, che testimoniano la presenza in età giovanile dei cardini del pensiero politico di Antonio Gramsci, Gad Lerner e Silvia Truzzi costruiscono uno spettacolo teatrale di spessore che ne approfondisce la storia, le idee e il contesto. Questo sabato, fanno tappa a Livorno, in Fortezza Nuova. Un’occasione imperdibile per intervistarli.

Gad Lerner, celebre giornalista, direttore e conduttore televisivo, è indaffaratissimo, ma trova il tempo per concedersi volentieri a qualche domanda.

Che cosa hai provato di fronte al ritrovamento dei temi di Gramsci?
Per prima cosa, ho provato incredulità. Certamente è stata una grande emozione, ma ho avuto anche il terribile dubbio che si trattasse di falsi. Quando mi sono trovato di fronte a quei fogli protocollo, con quella grafia e quella firma che conosco bene, potevo avere qualcosa di eccezionale tra le mani, oppure un terribile tranello. Per fortuna, gli esperti hanno riconosciuto la totale autenticità dei documenti. Siamo risaliti, poi, anche al meccanismo che ha permesso questa scoperta dentro l’armadio di una casa di Milano. Effettivamente, facevano parte dell’archivio di un importantissimo dirigente comunista che è stato, nel dopoguerra, vicino al fratello minore di Antonio. Davvero di un lieto fine per me e per tutti, che ha convinto fin da subito la famiglia non solo ad autorizzarne la pubblicazione, ma anche a donare i testi alla Fondazione Gramsci, dove sono conservati tutti gli scritti autografi, come i quaderni del carcere. Saranno integrati presto nelle edizioni complete delle sue opere.

Gramsci esprime precocemente un pensiero profondo, per non dire prodigioso, che in questi scritti dimostra una certa lucidità, nonostante la giovane età. Ma i temi di Gad Lerner com’erano?
(Ride) No, no, evitiamo paragoni. Direi che chi li ascolterà, durante la nostra lettura teatrale, si renderà conto di una precocità straordinaria, geniale. Addirittura, molti argomenti contenuti in questi temi verranno successivamente sviluppati nel pensiero politico di Gramsci. Sono comunque le idee di un giovane: se risalgono all’ultimo anno di liceo, ha poco più di vent’anni.  C’è anche questo aspetto, al quale abbiamo lavorato teatralmente: la sete di cultura già presente in un ragazzino, oltretutto di salute malferma, gobbo, di una povertà estrema, che fa un solo pasto al giorno. Antonio arriva a Cagliari dalla campagna di Oristano e qui ha la sensazione per la prima volta di poter guardare il mondo. Questa sete di cultura non è qualcosa di eccezionale che riguarda soltanto solo lui, ma un processo di crescita che vedrà molti bambini di quella generazione, provenienti dalle fasce più umili, riuscire ad acculturarsi. Su questo, abbiamo costruito il nostro congegno narrativo.

Oggi sembra imprescindibile la presenza di internet, specialmente per i nativi digitali. Ma i social network, rispetto al concetto gramsciano di egemonia culturale, come si pongono? Sono asserviti alla classe dominante o danno voce alla verità?
È evidente l’asservimento, temo, perché il meccanismo degli algoritmi che individuano l’utente e che forniscono esclusivamente informazioni o affermazioni su misura, studiate per ognuno, per la sua indole, per i suoi interessi, chiudono il mondo invece di aprirlo. Nel primo tema di Gramsci, che sabato leggeremo, è presente il riferimento al processo di “americanarsi dell’Europa”. Proviene da un ventenne che non ha mai visto il continente italiano, per non parlare dell’America, e che non ha le connessioni offerte da internet ai giovani di oggi. L’apertura sul mondo, lo sguardo largo se lo crea studiando, non su TikTok.

La sensazione è che sul riscatto culturale, adesso, prevalga l’idea di un successo effimero ma immediato, che fornisca l’accesso a uno stile di vita e a un benessere economico lontani da obiettivi a lungo termine.
Infatti, sempre in uno dei temi oggetto di lettura, Gramsci denuncia come la prima stortura dell’età moderna sia la separazione della cultura, dell’arte, della bellezza dal popolo, la scelta di rinchiuderle in ambiti ristretti e separati. Già da allora è una grande battaglia della sua vita, far incontrare l’esperienza con la bellezza, con l’arte, con la filosofia. Questo pensiero caratterizza anche il suo modo di rivolgersi agli operai di Torino: l’istruzione viene al primo posto, anche nella lotta per i propri diritti. La politica di oggi, non solo attraverso i social, approfitta, invece, dell’ignoranza delle persone.

L’intellettuale di professione appare sempre più distante dal popolo. Invece di aiutarlo, contribuisce al mantenimento di certi assetti?
È l’esatto opposto dell’idea gramsciana dell’intellettuale collettivo. L’operaio, il lavoratore salariato da produttore può diventare protagonista. Intorno a Gramsci, al giornale “L’ordine Nuovo” e all’esperienza dell’occupazione e dei consigli di fabbrica di Torino, si sviluppa una vera e propria classe dirigente, semplici operai diventeranno membri della costituente, di altissimo livello culturale. L’esatto opposto dell’intellettuale separato dal popolo.

La chiacchierata prosegue con Silvia Truzzi, giornalista de Il Fatto Quotidiano, scrittrice, autrice e conduttrice televisiva, vincitrice di diversi premi culturali.
Come è strutturato lo spettacolo di sabato?
Io e Gad ci siamo divisi i compiti. Mi sono occupata della parte biografica, soprattutto quella che riguarda la giovinezza di Antonio, invece Gad ha agito da archeologo del pensiero di Gramsci. In quei temi, ha individuato gli spunti del futuro pensiero espresso nei quaderni. La lettura dei documenti sarà affidata ogni volta a un ragazzo di un liceo cittadino, che presterà la sua voce. È un’idea che è piaciuta molto in tutte le date del tour. Al racconto della riflessione si alternano preziose testimonianze audio di personaggi che hanno conosciuto Gramsci, come il ricordo di Sandro Pertini.

La giovinezza di Gramsci è il racconto di un grande svantaggio di partenza.
Nasce in una famiglia che non è povera, ma precipita nella miseria quando il padre perde il lavoro. La condanna imputatagli è di falsità in atti, anche se la vicenda è molto controversa. I sette figli sono costretti a rimboccarsi le maniche, compreso Antonio che va a lavorare a soli 11 anni. Anche a scuola, che inizierà a frequentare all’età di 7 anni, parte in ritardo rispetto ai suoi coetanei. È, oltretutto, affetto dalla stessa malattia di Giacomo Leopardi, il morbo di Pott: una forma di tubercolosi che colpisce le ossa e che a entrambi causerà l’insorgere della gobba. Il caso ha fatto sì che uno dei suoi temi ritrovati sia proprio un commento alla poetica di Leopardi.

Un’identificazione di Gramsci in Leopardi nelle sofferenze fisiche ma anche nella cultura come rifugio.
Sì. È curioso che Leopardi e Gramsci, oltre a condividere la condizione fisica e a rappresentare due grandi italiani, ancora oggi studiatissimi all’estero, muoiano esattamente a 100 anni di distanza l’uno dall’altro. C’è, però, una grande differenza tra loro. Mentre Leopardi cresce nella casa del padre, con la biblioteca a disposizione, Antonio per leggere si toglie letteralmente il pane di bocca. Anche quando vincerà una borsa di studio per l’università, lo farà in condizioni di miseria. Fin da subito, sceglierà di patire la fame piuttosto che privarsi della sua formazione.

Mi colpisce la riconoscenza nei confronti della madre, che assieme alle sorelle Schucht riveste un ruolo di primaria importanza nella sua vita. Tu, che hai esordito in narrativa proprio con la storia di un’amicizia tra donne (“Fai piano quando torni”, Longanesi, 2018), che idea ti sei fatta della figura femminile per Gramsci?
Credo che l’attenzione di Gramsci nei confronti del mondo femminile sia ante-litteram, anche per i comunisti di allora. Quando frequenta le case degli operai, va a lavare i piatti in cucina, dopo pranzo. Un gesto per niente scontato, motivato dal desiderio di parlare di politica con le donne. Lo testimonia anche Teresa Noce, di cui faremo ascoltare una registrazione audio. Una grande personalità a cui si devono le parole dell’articolo 3 della Costituzione quando recita “tutti i cittadini (…) sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso”. Gramsci capisce che, all’interno dello sfruttamento capitalistico, la donna è la più penalizzata nel lavoro e nell’ordinamento famigliare, perché su di lei ricadono tutte le mansioni di cura. Sono i primi anni del ‘900. Penso, inoltre, che questa sensibilità sia dovuta alla figura della madre. Si percepisce, nelle tante lettere inviate, che le riconosce una forza straordinaria. Questa donna ha, infatti, la capacità e la determinazione di affrontare da sola la bufera famigliare che li colpisce.

Tra l’altro, la madre sa leggere e scrivere, che non è banale per l’epoca.
Ha fatto la terza elementare, che allora per una donna è una cosa rara.

Che tipo di rapporto hai con l’arte?
Ho avuto due genitori appassionatissimi di arte. Fin dall’infanzia, mi hanno portato in giro per l’Italia a vedere mostre e musei. Mi hanno anche dimenticato in una sala del Guggenheim, quando avevo cinque anni. Credo che questo abbia un po’ inibito il mio rapporto con l’arte (ride), ma ammetto di non avere molto tempo a disposizione per dedicarmici. Quando vivevo a Trento, nella pausa pranzo mi capitava di visitare la collezione del Mart. Un’esperienza che mi piaceva vivere da sola e che ho ripetuto diverse volte.

Un’opera o un artista che ti piace o che ti ha addirittura folgorato.
Ho avuto la fortuna di nascere a Mantova. Qui, più che una folgorazione, ho ricevuto l’educazione al bello. Ovunque in questa città, c’è qualcosa da visitare, che si tratti di un monumento, di Palazzo te, di Palazzo Ducale. Mio padre mi portava in giro in motorino, mostrandomi tutti i suoi angoli nascosti. Anche il mio secondo romanzo (“Il cielo sbagliato”, Longanesi, 2022) è ambientato a Mantova. In particolare, una scena si svolge nella Sala dei giganti, proprio perché rappresenta l’origine della mia idea di estetica. Se dovessi citare pittori che mi piacciono, mi vengono in mente Chagall o gli impressionisti. Ne potrei aggiungere altri, ma la risposta più sincera è nel rapporto con la mia città d’origine.

L'Autore

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Giornalista pubblicista e assistente di redazione. Dagli studi linguistici rimbalza a quelli di ingegneria e approda nel digital marketing, attraverso un processo di liberazione cinetica. Performer in una galleria di Pietrasanta, conosce nel 2019 il direttore di AW ArtMag a cui si lega professionalmente, unendo la sindrome di Stendhal per Boltanski all’esaltazione per l’editing. In ufficio, è tête-à-tête col pc. A casa, guarda dalla finestra, pensa, scrive e progetta il prossimo reportage.

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