Intervista a Giuseppe Leone: nuove profezie sull’arte

26 Gennaio 2021
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La rivoluzione epocale di usi, abitudini, costumi è qui, sotto i nostri occhi. Un 2020 che ha segnato tante storie intime, terremotando le nostre certezze, le nostre solide verità e ci ha costretti a rileggere il ruolo profetico dell’arte, la sua capacità di sviluppare un’autentica sintesi culturale.

AW ArtMag va portando avanti da tempo questa riflessione. Perché il dramma del Covid, purtroppo, ha generato mille riflessi, perché l’impatto sul mondo della creatività è apparso, al di là di tutto, intenso e, per molti versi, devastante.

Abbiamo voluto affondare il nostro scandaglio, questa volta, con Giuseppe Leone, artista atipico, inconsueto, spesso sorprendente. Un personaggio che, pur vivendo già di un isolamento volontario nel Fortore, nel cuore del Sannio, lontano dai grandi flussi del mercato dell’arte, può meglio identificare la normalità smarrita, la bolla esistenziale in cui tutti siamo caduti nel pentagramma dei lockdown. Una testimonianza utile e preziosa che ci fa comprendere meglio lo spartito di questa pandemia.

Leone è stato, per lunghi anni, docente dell’Accademia di belle arti a Napoli, qui ha vissuto lustri fondamentali nell’evoluzione dell’arte italiana e meridionale, indottrinando generazioni di giovani artisti, istruendoli alle tecniche più moderne che l’arte ha sviluppato in questi anni. Ma, al di là del suo ruolo di docente, non ha mai derogato al ruolo di opinion leader, alla costante presenza sui territori del web.

 

Cos’ha significato per un artista questo lungo silenzio esistenziale?
Ha rappresentato per tutti noi un momento di riflessione sul passato, una fase di bilanci e di riscoperte nuove. La mia pittura ha radici antiche: segni, materia, scrittura, gessi, un vissuto che costruisco nello spazio di un quadro ma che sento parte di un fronte collettivo, di un ricordo archetipale. La memoria è unica e globale e ognuno ne porta in sé un frammento.

È mutato, in questo contesto, il rapporto della gente con l’arte?
È mutata radicalmente la fruizione. L’arte, il cinema, il teatro, l’intero mondo della creatività, tutti hanno dovuto muoversi su nuove dimensioni comunicative, andando oltre l’emergenza, in un nuovo spazio ibrido costruito tra il mondo virtuale e quello tradizionale.

Quali sono gli scenari futuri?
Come in tutte le difficili transizioni, il dopo sarà legato ad una rinascita culturale, economica, sociale, appare scontato. Ma l’accesso agli spazi dell’arte cambierà profondamente. E il pubblico si troverà davanti a palinsesti digitali sempre nuovi, capaci di raccontare l’immaginario, assorbendo e trasfigurando il presente.

Tra le tecniche che cambiano, la graphic art che avanza, gli sbocchi creativi sempre nuovi, come ti collochi?
In questo senso, conservo un approccio tradizionale. Uno dei temi che custodisco, dagli anni ‘80 ad oggi, è il frammento di specchio. Ogni persona riesce a riconoscersi nello specchio, guarda se stessa ma, al tempo stesso, tutta la sua umanità, come nel teatro, nella tragedia o, magari, nella commedia. Ma l’immagine resta illusoria, scenografica, pittorica, una mera riproduzione della realtà, un frammento della realtà. E la sua estensione figurativa è il Narciso, un altro elemento che appartiene alla mia poetica.

 

Guardarsi dentro, come in questa delicata fase storica, ricca di un tempo sospeso. Ognuno, per certi versi, come Narciso, specchiandosi nel proprio passato, nel proprio percorso personale. Ritrovando, come suggerisce Leone, appunti, crisalidi, lavori mai finiti, idee accennate e mai realizzate. Realtà che giacevano da anni nell’oblio, come figli mai riconosciuti.    

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