I magnifici 13: le nuove nomine dei direttori dei musei italiani

30 Novembre 2020
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425 i candidati. Tra i prescelti, molti provengono da precedenti incarichi ministeriali

Il complicato e intrigato meccanismo varato a suo tempo per la scelta dei direttori dei musei, siti archeologici, gallerie e biblioteche ha definitivamente concluso il giro delle scelte che si dice sia stato ricco di dibattiti e di scambi di opinione, talvolta anche accalorati, nel tentativo di arrivare alla persona giusta per ricoprire la carica di direttore di alcune delle istituzioni culturali più importanti del Paese. Va tenuto conto che per arrivare alla nomina dei tredici prescelti c’era da effettuare una cernita su 425 candidati. Della commissione scientifica, presieduta dal direttore del Museo egizio di Torino, fanno parte anche il direttore della National Gallery di Londra e il direttore del Prado di Madrid. Fra tanti che cedono la carica alla scadenza c’è anche chi è stato riconfermato con lode, come per esempio, ed era quasi scontato, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, che ha ottenuto notevoli risultati nel gestire uno dei più importanti musei internazionali raddoppiando entrate finanziarie, numero di visitatori e acquisizioni di opere d’arte.

Un tedesco, Schmidt, che si è conquistato la stima di una città difficile come Firenze, grazie anche ai risultati incredibili della sua gestione, che ha unito una spiccata capacità organizzativa e una profonda preparazione di storico dell’arte con intensi rapporti con il complesso universo dei grandi musei, da New York a San Pietroburgo. Un mondo che gli ha riconosciuto oltre alla sua preparazione scientifica, simpatia personale e rigore nella gestione di uno dei musei fra i più noti del mondo, riuscendo a superare anche momenti iniziali, sindacalmente molto difficili. Si è lasciato alle spalle ridimensionamenti di personale per passare a nuove assunzioni. Fra gli stranieri della infornata della volta scorsa, che stupì non poco, e portò molti a domandarsi cosa mai insegnassero le nostre Università se dovevamo ricorrere a intellettuali importati, resta anche il direttore del Museo di Capodimonte a Napoli Sylvain Bellenger, laureato in filosofia e successivamente in storia dell’arte alla École du Louvre della Sorbona, che ha rivitalizzato non poco l’istituzione museale e il suo inserimento nella città con quella sua antica struttura di vera capitale europea che mantiene nell’urbanistica e nelle strutture culturali e sociali.

Il ministro Dario Franceschini, che ha lavorato con grande impegno per arrivare a una soluzione ottimale che rendesse il merito giusto alla cultura museale e ai ricchi siti archeologici che sono una delle strutture più vive della storia del Paese e alle biblioteche nazionali, la più grande delle quali è a Firenze, a cose fatte ha dichiarato con evidente soddisfazione che “il modello italiano è una eccellenza nel mondo” e un eccellenza da tutti riconosciuta, se non si vuol dimenticare Sir Harold Acton, quando a Firenze in un dibattito affermò che l’Italia dei musei era il più bel posto per perdersi e non ritrovarsi. E aggiunse: “Non lo dico perché sono fiorentino, ovvero come dicono qui, sono un anglobecero, ma perché è la verità. Io vivrei fisso agli Uffizi se me lo permettessero”. Non mancano le solite polemiche, la maggior parte delle quali criticano il fatto che molti dei direttori provengono dal ministero, architetti e storici dell’arte scelti direttamente dal MIBACT e quindi dirigenti statali. Secondo la prassi, dopo la grande selezione dei 425, si è provveduto all’ultima scrematura dei candidati rimasti. Poco più di un centinaio.

Il ministro Franceschini ha scelto i tre direttori di musei di prima fascia; Massimo Osanna direttore generale dei musei italiani, a sua volta ha scelto i nove direttori di musei di seconda fascia, e infine Paola Passarelli, direttrice nazionale delle biblioteche, ha scelto il direttore dall’Opera Girolimoni che ingloba la Biblioteca omonima, a Napoli. Ma vediamo, dunque, chi sono i 13 designati: a Francesca Cappelletti, storica dell’arte, è andata la direzione della prestigiosa Galleria Borghese a Roma, una vera miniera di capolavori distribuiti in una ventina di sale che spaziano tra sculture di epoche diverse, bassorilievi e tele di Caravaggio, Tiziano, Raffaello e decine e decine di importanti capodopere. Il francese Stéphane Verger, gran conoscitore dell’arte italiana, corsi universitari a Parigi alla Scuola di Alti Studi, storico dell’arte, è stato nominato direttore del Museo nazionale romano, che comprende il Palazzo Massimo, le Terme di Diocleziano e Palazzo Altemps, ricchi di opere provenienti da recenti e antiche collezioni.

Edith Gabrielli è la direttrice del Vittoriano e Palazzo Venezia a Roma, storica dell’arte, direttrice regionale dei musei del Lazio e dirigente pubblico al MIBACT. Ad Antonella Cuciniello è stata assegnata la direzione della Biblioteca e del Complesso monumentale dei Girolamini a Napoli, oltre alla direzione dei musei della Calabria. Luigi Gallo è il direttore della Galleria nazionale delle Marche a Urbino e il curatore delle Scuderie del Quirinale. Francesco Muscolino è il nuovo direttore del Museo archeologico di Cagliari e proviene dal MIBACT. Maria Grazia Filetici è la nuova direttrice del Museo nazionale d’Abruzzo a L’Aquila. Anche lei architetto al MIBACT e anche Anna Maria Mauro, direttrice del Museo nazionale di Matera, è un architetto del MIBACT. Al Palazzo ducale di Mantova è stato assegnato come direttore Stefano L’Occaso. Si tratta di un complesso storico che tra numerosi capolavori accoglie la Camera degli sposi di Mantegna, mentre a Mario Epifani è andata la direzione del Palazzo reale di Napoli, museo fondato da Filippo III di Spagna e centro di grandi appuntamenti culturali.

Un archeologo di notevole esperienza, Alessandro D’Alessio, dirigerà il Parco archeologico di Ostia antica e contemporaneamente sarà responsabile della Domus Aurea a Roma. Un altro archeologo, sempre del MIBACT, Filippo Demma, dirigerà il Parco archeologico di Sibari, coi suoi diversi siti, anche subacquei e con ancora molte cose da raccontare. E per finire, a Maria Luisa Pacelli, storica dell’arte, è andata la direzione della Pinacoteca nazionale di Bologna. Un bel numero di provenienza dal MIBACT, si diceva, che ha sollevato non pochi mugugni, facendo intendere che i più vicini alle istituzioni sono naturalmente favoriti. Tuttavia, molti altri hanno riconosciuto che le scelte operate sono perlopiù ben fatte e dovrebbero contribuire a un rilancio di alcuni centri di notevole importanza culturale e turistica come i siti di Sibari e Ostia antica. Bisogna ricordare, infatti, che siamo in epoca coronavirus, con un turismo totalmente assente, e che al momento giusto avrà bisogno di richiami di grande interesse per tornare in massa alla riscoperta della cultura italiana. E quale miglior richiamo se non i nostri musei, oltre alla bellezza naturale del nostro Paese, davvero un museo a cielo aperto?  

L'Autore

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È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “AW ArtMag”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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