DI GABRIELE DALLE LUCHE E PAOLO GARFAGNINI
C’era una volta la censura di Stato, poi quella del mercato, oggi l’arte scopre una forma più sottile e contemporanea: la censura tra artisti. Il casus belli è l’intelligenza artificiale, nuovo capro espiatorio di un sistema che predica libertà creativa ma pratica selezione ideologica. Non conta cosa fai, conta come lo fai. E se sbagli strumento, sei fuori. Il caso dell’esposizione d’arte del 2023 al San Francisco International Airport è diventato emblematico. Alcune opere AI-assistite sono state contestate non per il contenuto, ma per il metodo, con richieste di rimozione in nome della tutela degli artisti umani. Nessuna autorità pubblica, nessun divieto legale: solo pressione sociale, virale e militante. L’istituzione ha lasciato le opere in mostra, ma il processo pubblico resta aperto, senza appello.
In Italia il clima non è diverso. Bandi e premi iniziano a inserire clausole che vietano o limitano l’uso dell’AI, spesso senza chiarire cosa significhi davvero “uso”. Il tutto mentre il diritto positivo arranca. La legge sul diritto d’autore (l. 633/1941) tutela solo le opere dell’ingegno “di carattere creativo” riconducibili a una persona fisica. L’AI, giuridicamente, non crea nulla. Eppure viene trattata come se fosse un soggetto pericoloso, quasi un autore clandestino. Il paradosso è evidente anche a livello europeo. Il recente AI Act dell’Unione Europea non vieta l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito artistico, ma si limita a imporre obblighi di trasparenza e gestione del rischio. Nessuna norma prevede l’esclusione dell’artista che usa l’AI. Eppure, nel mondo dell’arte, la sanzione arriva lo stesso: esclusione, stigma, delegittimazione. Una sorta di soft law creativa, applicata senza contraddittorio.
Qui l’ironia si fa amara: mentre l’arte ha sempre combattuto la censura, oggi una parte degli artisti la invoca perché colpisca altri artisti. Non più libertà di espressione ex art. 21 Cost., ma libertà condizionata dall’hardware. La creatività resta libera, purché analogica, lenta e rassicurante. Forse il vero nodo non è giuridico, ma culturale. L’AI non toglie diritti, perché non ne ha. Non ruba opere, perché l’autore resta umano. Toglie certezze, questo sì. E davanti all’incertezza, l’arte - incredibilmente - risponde con il divieto. Ma la storia insegna che nessuna norma, né scritta né morale, ha mai fermato davvero l’evoluzione dei linguaggi. Semmai, ha solo rivelato chi aveva paura di usarli.