Con la mostra “Il dubbio di Sisifo”, lo scultore interroga il senso della ripetizione e della fatica del gesto artistico
Sisifo, re di Corinto, è considerato tra i più scaltri e fraudolenti del mondo antico. La sua Hybris verso Zeus e Ade lo condanna a un supplizio terrificante: spingere un enorme macigno fin sulla vetta di un monte solo per essere sovrastato, a un passo dalla cima, dal peso della pietra che rotola a valle. Un’agonia che si ripete all’infinito. Apollinaire in Signe paragona la condanna del re greco alla sofferenza amorosa; Camus ne fa metafora dell’esistenza umana.
Si rimane magneticamente attratti da forme sinuose che sembrano fluttuare silenziose nell'ambiente
Scrive quest’ultimo: “Bisogna immaginare Sisifo felice”, così da trasformarlo in un eroe che trova la propria libertà nell’azione, cosciente della fatica ma padrone del proprio destino. In questo solco si inserisce la mostra dell’artista taiwanese Hsu Yunghsu, dal titolo “Il dubbio di Sisifo”, ospitata presso la Fondazione Arkad dal 4 giugno al 30 luglio – a cura di Shenghua Zheng. Le opere nascono da una riflessione sul legame tra artista e oggetto della creazione che, parallelamente a Sisifo e al suo masso, interroga il senso della ripetizione del gesto e della fatica del processo creativo. Quando si entra nella lunga galleria sotterranea, si rimane magneticamente attratti da forme sinuose che sembrano fluttuare silenziose nell’ambiente. Intrecci organici, anche di grandi dimensioni, in costante sviluppo impegnati in un moto così elegante da sembrare perpetuo.
Si prova una sensazione di straniamento quando si scopre che le sculture di grandi dimensioni sono in ceramica
La sensazione di straniamento aumenta quando il visitatore, ingannato da strutture così leggere che quasi invitano ad essere accarezzate e al contempo sembrano accarezzarci, scoprirà che sono in realtà realizzate in fragile ceramica. Nato a Kaohsiung nel 1955, Hsu - dapprima rinomato professore di violoncello - incontra l’argilla nel 1986, a cui si lega per sempre. Agli inizi degli anni 2000, ottiene un master in arti plastiche presso la Tainan National University of the Arts. Supererà presto il limite concettuale della ceramica tradizionale e ne diverrà uno degli interpreti contemporanei più interessanti. L’opera “2024-21” si erge a testimonianza della poetica dell’artista: sulla superficie densa del gres nero affiorano le impronte della lavorazione, i grumi di accumulo dell’argilla e le irregolarità di un processo creativo basato sull’aggiunta ripetuta della materia. Questi elementi in tensione tra loro smettono di essere semplici tracce tecniche per farsi tessitura di un corpo dotato di una propria, pulsante, forza vitale. Lo scultore adempie così all’arduo compito di fondere una usanza millenaria con una ricerca esistenziale contemporanea.
Intrecci organici impegnati in un moto così elegante da sembrare perpetuo
