Una grande installazione che si articola in molteplici configurazioni temporanee con opere che emergono e si eclissano ciclicamente
Archivio i materiali stampa dell’ultima mostra di Fujiko Nakaya e mi soffermo sulla sezione del sito della Neue Nationalgalerie, dedicata alle indicazioni pratiche. Tra i moniti rivolti ai visitatori, campeggia la frase: “Entrate nel giardino delle sculture a vostro rischio e pericolo”. Un’affissione dal retrogusto dantesco esprime una condizione, dunque, di allarme, del tutto atipica per un pubblico alla ricerca di tranquille gratificazioni. Che cosa, allora, si teme di fronte ai lavori dell’artista giapponese? Come possono nuocere delle minuscole particelle di acqua? Perché di questo si tratta: un fenomeno fisico, meglio conosciuto come nebbia. Nebbia che avvolge spazi, piante, panchine, edifici, persone e opere. Che ridefinisce percezioni, ottenebra riferimenti, oblitera, isola, disorienta e inganna la mente - per dieci minuti, prima di scomparire.
Una visita che ottenebra, isola, disorienta e inganna la mente fra apparizioni e scomparse
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, sostiene Tancredi ne “Il gattopardo”. Solo attraverso la temporanea perdita di forma, l’architettura torna a manifestare con rinnovata evidenza il proprio ordine geometrico. Nata nel 1933 a Sapporo, dall’esperto di cristalli di neve Ukichiro Nakaya, la scultrice delle nubi costruirà una carriera tra le più influenti nell’ambito dell’arte ambientale contemporanea. Dagli anni ’60 come membro del collettivo newyorkese Experiments in Art and Technology (E.A.T.) alle personali al Guggenheim, alla Haus der Kunst, alla Fondation Beyeler e alla Luma Foundation fino ai riconoscimenti internazionali, tra cui il prestigioso Praemium Imperiale e l’Ordine del Sol Levante. Così, la grande installazione a Berlino si articola in molteplici configurazioni temporanee. Dal punto di vista scientifico, non si tratta di un effetto scenico, ma di nebbia reale, purissima, risultato di ricerche sviluppate assieme a ingegneri dell’azienda americana Cloudbuster.
Ogni banco generato lungo il perimetro rimescola gli assetti visivi. I pezzi di Henri Laurens, Wolfgang Mattheuer e Alicja Kwade della permanente emergono e si eclissano ciclicamente. Dall’interno del museo, l’operazione assume il carattere di un’immensa pittura in movimento, un alternarsi di apparizioni e sparizioni, nel richiamo del tema caro all’estetica giapponese: la transitorietà. Il fluido segue il gradiente più favorevole, aggira gli ostacoli, si espande, si dissolve e ricompare altrove. Una materia che non può essere trattenuta. Forse è proprio questa la pericolosità maggiore dell’esposizione: il suo messaggio di libertà. Acqua e aria non si oppongono al cambiamento, non lo combattono e non lo subiscono. Lo attraversano. Per questo, sfuggono a ogni tentativo di cattura e continuano a trasformarsi, senza mai rinnegare la propria natura.
Entrate nel giardino delle sculture a vostro rischio e pericolo: il monito ai visitatori da parte del museo
