Il museo statale di arte orientale fino all’8 novembre ha aperto le sue sale a una mostra, dal titolo “Tre secoli di peregrinazioni: l’eredità della famiglia Volkov”. È la prima volta, infatti, che le opere di tre generazioni della famiglia di artisti vengono esposte insieme, e questo accade in occasione dei 140 anni dalla nascita di Aleksandr Nikolaevic Volkov (1886-1957), l’iniziatore della dinastia, una delle figure più luminose e significative dell’avanguardia del Turkestan, fondatore del modernismo nell’arte figurativa dell’Uzbekistan negli anni 1910-1950. Perché la storia e le vicende dei Volkov si dipanano, come il titolo della rassegna suggerisce, tra diversi e lontani luoghi geografici, anche se facenti parte prima dell’Impero russo e poi dell’Unione Sovietica, e in un orizzonte ampliato da viaggi nel Nord Africa, in Europa, in particolare a Parigi, e per il suo più giovane esponente, in Italia.
Bisogna innanzitutto sottolineare come nella storia dell’arte sia difficile trovare analoghi a questa saga familiare e artistica: si tratta di tre generazioni di artisti dagli stretti legami di sangue, che non si ripetono e condizionano a vicenda, pur rimanendo nel corso degli anni in dialogo costante e fecondo.
Se Aleksandr Nikolaevic ne è stato il capostipite, i suoi figli Valerij Aleksandrovic (1928-2020) e Aleksandr Aleksandrovic (1937), pur conservando per tutta la vita un legame spirituale con il padre e avendone appreso i metodi di lavoro in un’atmosfera che, fin dall’infanzia, “era pervasa di pittura”, hanno seguito un proprio personale cammino di ricerca. E, infatti, nelle loro opere l’Oriente come concezione filosofica si lega in maniera forte e organica alle tradizioni delle scuole di pittura russa e europea. Ma la dinastia vanta anche un ramo perfettamente integrato e significativo nell’arte contemporanea nella persona di Andrej Aleksandrovic Volkov, nipote di Aleksandr Nikolaevic, le cui opere vengono presentate per la prima volta nel Museo di arte orientale. Si tratta d’ intensi, espressivi lavori eseguiti nella stile della “pittura a campi di colore”, in cui si esprime, evolvendosi in maniera originale, la quintessenza delle ricerche artistiche della vecchia generazione.
A completare la creativa storia familiare sono i lavori di Aleksej Aleksandrovic Rybnikov (1887-1949), maestro dei paesaggi nordici, che conobbe Aleksandr Nikolaevic Volkov a Taskent durante il suo viaggio in Uzbekistan negli anni 1946-47, quando eseguì varie opere qui esposte, e la cui nipote sposò poi, anni dopo a Mosca, Aleksandr Aleksandrovic Volkov. Egli è dunque il bisnonno di Andrej, l’ultimo rappresentante della famiglia.
Il percorso espositivo, articolato in sei sezioni, sviluppa il tema del viaggio , del peregrinare, sotto diversi aspetti, con scoperte e rivelazioni dal punto di vista geografico, stilistico e spirituale, mostrando come per decenni questi artisti abbiano cercato di essere all’avanguardia negli esperimenti pittorici e plastici del XX secolo, dal futurismo all’espressionismo astratto fino al minimalismo. In tale cammino creativo sia i Volkov sia Rybnikov spesso intrecciarono i viaggi autentici con quelli immaginati, pervadendo i loro lavori con l’interesse e il desiderio di trasmettere la realtà del mondo circostante, ma soprattutto i paesaggi del proprio mondo interiore.
“L’Oriente come concezione filosofica” ( in particolare l’Asia Centrale, dove il capostipite Aleksandr nacque a Fergana e, avendo poi vissuto e studiato in Russia, nel 1916 fece definitivamente ritorno a Taskent, capitale dell’Uzbekistan), appare il filo conduttore della dinastia e proprio un’ opera di questo artista, La sala da tè color melograno (1924), è considerata uno dei massimi suoi capolavori, sintesi perfetta tra cubo- futurismo occidentale, colori, atmosfere e tradizioni uzbeke. Nei figli, l’Oriente si rivela diversamente e anche se i loro lavori degli anni ’80 spesso ne riprendono i paesaggi, mancano le scene di genere e una puntuale descrizione della natura. Valerij Volkov crea un ponte tra Mosca e Il Cairo, Aleksandr Aleksandrovic Volkov, invece, nelle sue tele rappresenta Mosca e Taskent, ed entrambi si esprimono in uno stile assolutamente diverso dal realismo sovietico, vicino piuttosto all’espressionismo astratto degli anni ’60. Penetrando nelle loro affascinanti creazioni si comprende come i figli abbiano riorganizzato la concezione pittorica del padre utilizzandone alcune soluzioni. Le opere del nipote Andrej sembrano portare a termine tale processo creativo: sono tele assolutamente astratte, dove la luce calda e insieme penetrante del sole d’Oriente e d’Occidente si esprime e sviluppa con una “ vita propria”.
I lavori realizzati da Aleksej Rybnikov a Taskent e a Samarcanda si differenziano ulteriormente, ispirati come sono all’impressionismo e al modernismo, in particolare quando dipinge le vecchie strade con la loro architettura spoglia ed essenziale, dove l’uomo spesso non compare, oppure si muove in solitudine.
Altro capitolo importante dell’esposizione è “Il Laboratorio del colore” in quanto, pur se le tele di questi maestri della pittura viste separatamente poco sembrino avere in comune, quando sono vicine si ha la netta sensazione che in ognuna di esse si esprima la stessa maniera pittorica cadenzata, irradiante luce, con un’unica originale base astratta. Dunque non meno significativo del tema precedente è quello del legame ritmico tra colore e luce, in quanto il padre e i figli ricorrono a una medesima tavolozza, mettendo in primo piano non tanto il soggetto del quadro quanto l’intuizione, il ritmo e anche un’ininterrotta improvvisazione.
A seguire, nella sezione “Donne. Fiori” si evidenzia come i temi del nudo, della figura della musa o del fiore, tradizionali per ogni pittore, siano stati interpretati nella famiglia Volkov in maniera originale, infatti salvo rari casi la donna-musa non è vista come la protagonista di un ritratto bensì come parte di un mutevole coagulo di luce o di una decorazione geometrica. Questo è già evidente in un’opera del capostipite del 1916, quando nel ritratto della prima moglie il corpo nudo appare piuttosto come un dettaglio di un lussuoso pannello in stile liberty. Per Aleksej Rybnikov, che alla metà degli anni ‘20 lavorò come artista e scenografo in teatro, il nudo è quasi sempre collegato alla scenografia, mentre appaiono più interessanti le sue nature morte con fiori degli anni ’40, in cui nella pittura ad olio raggiunge effetti di trasparenza propri all’acquarello.
Si torna a un tema vicino al peregrinare, al viaggio del titolo, nella sezione “Il cammino della carovana”, legato alla principale strategia creativa della dinastia, quella del continuo movimento, della dinamica, della mobilità di stile e di forma, che conduce alla capacità di vedere la natura in maniera sempre diversa e alla volontà di mettere in primo piano l’intuizione creativa e non “la maniera”. A questo si aggiungeva il desiderio di rimanere ai limiti, ai confini del grande processo creativo in atto, di allontanarsi dal centro, avendo in tal modo maggiore libertà di espressione. Qui si possono confrontare i cicli del capostipite Aleksandr Volkov sulle carovane (1917-1918) e la serie realizzata all’inizio degli anni ’30 da Rybnikov nel nord della Russia. Colpisce come in queste tele non ci sia nulla che possa ricondurre all’Oriente e al Nord sovietici, ma piuttosto la visione contemporanea di un passato, di un’antichità, impossibile da comprendere e definire fino in fondo. L’immagine del cammino fa anche parte della ricerca di Valerij e Aleksandr Volkov, che però s’interessano a un’altra fase storica quando, superate le grandi guerre e le catastrofi naturali, il pianeta vede nuovamente un’ondata di peregrinazioni, questa volta di massa, quelle dei fuggiaschi dalle zone calde, toccate da guerre e terremoti. Ne sono un esempio Ritorno a casa (1985) di Valerij Volkov e Fuggiaschi notturni (1990) di Aleksandr Aleksandrovic Volkov .
Non mancano in questa rassegna le suggestioni religiose e spirituali, narrate nella sezione “Temi eterni”. Tali soggetti sono forse quelli che meglio evidenziano il legame interiore, intimo tra gli artisti della dinastia. Esposti uno accanto all’altro i quadri, mai monumentali, ma piuttosto “da camera”, mettono in evidenza la questione di dove, nel XX secolo, si sia conservata la vita spirituale. Alcune tele come Cristo crocifisso di Valerij Volkov sono una pura astrazione, realizzata sotto l’influsso del movimento della luce. Mentre il grande ciclo di Aleksandr Aleksandrovic Volkov, dedicato ai dervisci danzanti, si bassa sulle impressioni del viaggio al Cairo del 1989. È questo un capitolo meno conosciuto della vicenda artistica della famiglia, a conclusione del quale i curatori , Marija Filatova, Sof’ja Certichina e Andrej Volkov, hanno voluto l’opera ovale astratta di Andrej Volkov dal titolo 13/07/24 (2024-2025), pensata come un riferimento al Sutra buddista del fuoco, e nella quale l’artista ha voluto creare un legame con la pittura di Tiepolo e con i suoi cieli sconfinati.
E, a conclusione di una mostra indimenticabile per ricchezza e costruzione, nella quale si possono vedere anche documenti e fotografie, nella sezione “Ritratti” si penetra nell’intimità di questa famiglia, in cui regnava la libertà creativa e che ha attraversato momenti dolorosi, come la morte prematura di Marusja, la prima moglie del capostipite, e tappe difficili della storia del paese: per esempio quando, nel 1946, Aleksandr Nikolaevic Volkov venne accusato di formalismo. Qui sfilano, infatti, ritratti dei Volkov , fra cui anche un’opera scultorea monumentale, realizzata da Aleksandr Aleksandrovic Volkov nel 1953, in cui il padre viene rappresentato in modo potente senza alcun riferimento ai principi del realismo socialista di quegli anni, opera non comune di un artista libero nell’epoca sovietica.