Nucleo emblematico della sua ricerca: i Plissé in cui la piega funziona da unità di significato, ripetuta secondo una scansione che non ammette variazioni casuali
C’è un momento, davanti alle tele di Nando Stevoli, in cui lo sguardo smette di cercare un’immagine e comincia a misurare un ritmo. I Plissé, nucleo emblematico della sua ricerca, esistono come sistema: una sintassi visiva in cui la piega funziona da unità minima di significato, ripetuta secondo una scansione che non ammette variazioni casuali. Quando il supporto smette di sostenere l’immagine e diventa esso stesso l’immagine, la pittura ha lasciato la propria definizione tradizionale per entrare in quel territorio che Gillo Dorfles, nel 1966, battezza pittura-oggetto - l’etichetta con cui il critico raccoglie, in una mostra milanese, Fontana, Bonalumi, Castellani e Scheggi.
Una pratica precisa, interamente manuale, rasenta la perfezione meccanica e testimonia il livello di controllo sulla materia
È in questa genealogia che la pratica di Stevoli trova la propria collocazione storica: non come citazione, ma come prosecuzione di un problema aperto da Fontana con il monocromo e portato avanti, per vie diverse, da Bonalumi e da Castellani - lo stesso interrogativo che negli anni ’60 spingerà un’intera generazione a chiedersi cosa resterà del quadro una volta tolta l’illusione. Stevoli individua nella piega la propria risposta e si riconosce, dal 2016, nella corrente del rigorismo, che rilegge quell’eredità attraverso un linguaggio fondato sull’essenzialità e sul rigore della forma. Il suo lessico dialoga, inoltre, con il minimalismo americano e con la nozione di specific object formulata da Donald Judd, secondo cui l’opera coincide con una presenza reale nello spazio, autosufficiente e immediata.
Individua nella piega la propria risposta e si riconosce nella corrente del rigorismo
I Plissé traducono quella concezione in una pratica interamente manuale, raggiungendo una precisione che rasenta la perfezione meccanica e testimonia il livello di controllo esercitato sulla materia. La tela abbandona la funzione di supporto per farsi oggetto: soglia tra visibile e invisibile, tra costruzione geometrica e percezione. Ogni increspatura genera un microclima di ombre proprie, capace di restituire composizioni chiaroscurali diverse a seconda dell’ora e dell’angolo di osservazione. L’opera si sottrae così a ogni visione definitiva, vivendo nella relazione dinamica tra spazio, tempo e sguardo - la stessa dimensione che Maurice Merleau-Ponty attribuisce alla percezione, un processo che si compie nel corpo in movemento, non nell’occhio immobile. Il metodo di Stevoli procede per sottrazione: elimina il racconto, riduce il colore all’essenziale, affida ogni tensione alla precisione della forma.
La tela abbandona la funzione di supporto per farsi oggetto, soglia tra visibile e invisibile
Il risultato dialoga con la cultura del progetto - architettura, design - più che con la tradizione della pittura da cavalletto, e proprio in questo scarto si misura l’originalità della sua proposta: la scommessa che la ripetizione di un unico gesto, portata alla sua massima disciplina, possa ancora generare complessità visiva. Con pochi elementi, una piega, una superficie, una vibrazione luminosa, l’artista dimostra che la pittura può produrre quiete, e che in quella quiete si misura la forma più compiuta del pensiero visivo.
Con pochi elementi, una piega, una superficie, una vibrazione luminosa, dimostra che la pittura può produrre quiete