In rassegna 38 tele di grandi dimensioni, ciascuna dedicata a figure femminili note o dimenticate
Dopo l’allestimento de I Sette palazzi Celesti all’Hangar Bicocca nel 2004, Anselm Kiefer torna a Milano fino al 27 settembre 2026, con la mostra “Le Alchimiste”, curata da Gabriella Belli, a Palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi. 56 anni dopo la sua prima rassegna alla Galerie Am Kaiserplatz a Karlsruhe, Kiefer presenta 38 tele di grandi dimensioni (570 x 280 cm), ciascuna dedicata a figure femminili note e dimenticate, dalla “milanese” Caterina Sforza, alchimista antelitteram, a Isabella Cortese e Marie Meudrac, Rebecca Vaughan e Mary Anne Atwood per citarne alcune. L’artista tedesco coglie il genius loci dello spazio rinato dopo il bombardamento del 1943, che ha lasciato ferite e mutilazioni nelle 40 cariatidi disposte nella sala omonima.
Le alchimiste sono anche un pretesto per Kiefer, per ricostruire la crisopea
Ancora un risarcimento al mondo femminile e al concetto di site specific, con le cariatidi, figure originarie della città del Peloponneso, Caryae, condannate a sostenere le architetture per il loro tradimento alla patria greca come narra la leggenda. Nel 1953 la sala ha ospitato dipinti antibellici per antonomasia, come Guernica, e Massacro in Corea (ispirato al dipinto Le fucilazioni del 3 Maggio di Goya) nell’esposizione dedicata a Picasso. La volontà di risarcire l’oblio che ha colpito figure femminili, viste dall’artista come Athanor - il forno da cui prendono avvio i processi alchemici – per la loro capacità creatrice, si manifesta ancora una volta, come aveva già fatto nella serie Donne della Rivoluzione (1992-2013) e le sculture del ciclo Donne dell’Antichità (1998-2023).
Intende risarcire l'oblio che ha colpito figure femminili, viste dall'artista come Athanor
“Le Alchimiste” è anche il pretesto per Kiefer, di ricostruire una storia di questa disciplina, la Crisopea (dal greco la capacità di tradurre metalli vili in oro) che secondo le cronache nasce nell’Egitto greco-romano del III secolo d.C. ad opera di Zosimo di Panopoli ma che in realtà vede la figura di Maria la Giudea anticiparlo con l’invenzione di numerosi apparati chimici e alchemici, molto prima di Paracelso. In questa occasione l’artista propone anche una riflessione metalinguistica, in quanto il processo del suo lavoro coinvolge direttamente i principi alchemici: la trasmutazione della materia (materiali poveri, combustione, ossidazione e sedimentazione..), l’oro come luce (uso di pigmenti dorati come simbolo di redenzione spirituale ed elevazione dell’individuo) e il processo aperto (dipinti come laboratori in divenire in cui l’artista interviene per tentativi e accumuli).
Lo stesso metodo del suo lavoro coinvolge principi alchemici: la trasmutazione della materia, l'oro e il processo aperto
