150 opere e numerosi documenti narrano i peripli della Serenissima con Creta, durati per oltre 4 secoli
Cercare di spiegare la grandezza di Domínikos Theotokópoulos, per tutti El Greco (nato a Candia, oggi Heraklion, nel 1541 e morto a Toledo nel 1614), accresce il pericolo di sminuirne la grandezza: la sua genialità, ricca di sfaccettature, mal si presta a qualsiasi tentativo di costruirgli attorno un’impalcatura critica, come del resto capita con tutte le personalità dotate di speciale talento. Non è questo l’intento della mostra “L’Oro Dipinto. El Greco e la pittura tra Creta e Venezia”, piuttosto quello di allargare le maglie critiche proponendo prima di tutto una lettura che restituisca centralità a quel Mediterraneo orientale troppo spesso marginalizzato nei racconti canonici della modernità artistica. La figura di Domínikos prende così campo in quel contesto ricco di riferimenti storici e iconografici, nella dialettica fertile tra oriente e occidente, fatta di continue contaminazioni e adattamenti.
Dall’oro delle icone bizantine alle icone barocche dell’anima, la sua pittura trascina in una misteriosa tensione spirituale e visionaria
Il “giovane candiotto” giunto in laguna a 25 anni, dopo il periodo di formazione cretese, nell’orbita tardo-bizantina e prima di approdare definitivamente a Toledo (1577), si trova tra le pieghe della crisi delle certezze rinascimentali, a confronto a Venezia con Tintoretto, Tiziano, Jacopo Bassano, poi a Roma con Michelangelo. Una stratificazione culturale, la sua, che genera un linguaggio del tutto nuovo capace di passare dall’iconografia del mondo greco ortodosso a una visionaria rappresentazione cattolica rinascimentale. Chi meglio di lui potrebbe oggi essere definito un artista transculturale? Quel “goffo forestiero venuto oltremarino” e “stupido straniero” (lo apostrofa così aspramente Pirro Ligorio, ai tempi della corte Farnese) incurante di qualsiasi potere, alla ricerca di nuova luce, continua a modo suo la funzione spirituale dell’icona traducendola in pathos, movimento, espressione. Dall’oro delle icone bizantine alle icone barocche dell’anima, la sua pittura trascina sempre in una misteriosa tensione spirituale e visionaria che travalica i secoli e apre a una innovazione stilistica senza uguali.
Giunge in laguna a 25 anni dopo la formazione cretese nell’orbita tardo bizantina prima di trasferirisi definitivamente a Toledo nel 1577
La mostra veneziana - curata da Chiara Squarcina, Caterina Dellaporta e Andrea Bellieni – invita a una riflessione storica attraverso l’opulenta, viva materia dorata e, privilegiando l’approccio comparativo, accosta icone a pale e tavole rinascimentali. Con prestiti da musei greci, spagnoli e collezioni veneziane, rilancia la pittura cretese come nodo cruciale per comprendere la transizione tra il sacro immutabile dell’icona e la sensibilità umana del rinascimento.
Una mostra immersiva - anche per l’allestimento costruito sulla trama del blu - in felice equilibrio tra rigore filologico e emozione visiva, che si snoda nelle stanze dell’Appartamento del Doge, lungo 7 sezioni tematiche, 150 opere e numerosi documenti che narrano i peripli della Serenissima con Creta, durati per oltre 4 secoli.
Sempre alla ricerca di una nuova luce, continua la funzione spirituale dell’icona traducendola in pathos, movimento, espressione
El Greco
L’oro dipinto
Venezia
Palazzo Ducale
A cura di
Chiara Squarcina
Katerina Dellaporta
Andrea Bellieni
Fino
29/09