È l’acclamato e conteso pittore della belle époque. Per lui posano divine, aristocratici, celebrità. Pittore alla moda, è in grado di dettare la sua moda
Un nano brutto, deforme, dal pessimo carattere. Giovanni Boldini è arrogante, sarcastico, cattivo e indiscreto fino alla villania. Ha uno sguardo tagliente, con un che di rapace e indomito, che si posa costantemente sugli altri come su delle prede, come se sapesse subito cosa ne potrebbe ricavare. Saranno schiere di mariti e amanti gelosi e di gran dame, bellissime e sofisticate, docilmente pronte a piegarsi a ogni suo desiderio. Non solo artistico. Uno “gnomo che inviluppa, sbalordisce, incanta”, secondo la suggestiva definizione di Diego Martelli. Un uomo imprevedibile e sanguigno che all’occasione sa farsi galante, diabolicamente irresistibile. Fa tutto lui. Perfino alle modelle dal sangue blu, riesce a imporre abiti, acconciature, pose al limite del contorsionismo. Sceglie accuratamente le sete e i taffettà preziosi, i pizzi raffinati, i vestiti troppo attillati e le sottovesti osé, forse, immaginando già quando con gesto brutale e repentino li strapperà gettandoli a terra, liberando quelle carni chiare e levigate alla gioia dei sensi.
Un nano brutto deforme, dal pessimo carattere. È arrogante, sarcastico, cattivo e indiscreto fino alla villania
Sprigiona da tutto il suo essere una sorta di contagiosa felicità animale. La tormentata femme fin de siècle, che scopre con Freud e Proust la sconveniente origine delle proprie inquietudini, ha trovato in quel pittore il suo medico. E lui, attraverso loro, oltre alla conoscenza biblica delle più seducenti donne dell’aristocrazia internazionale, anche la gloria e il denaro. Boldini indugia sul succès de scandale. Dipinge la lussuriosa marchesa Casati. Osa imprimere un tocco di lascivia finanche alla palermitana donna Florio, sottoponendo alla vista altrui la nudità di braccio, spalla e gambe dal ginocchio in giù, che il marito, infuriato, ordinerà di coprire. Ama il colpo di teatro come il prediletto Bernini. Si permette tutto. Pure di barattare la ricchezza con la giovinezza. E a 87 anni sposa Livia Cardona che ne ha 30
Non gli importa nulla delle chiacchiere. Il tempo che gli resta lo vuole passare bene. Una vita lunga, intensa e avventurosa come un romanzo. Figlio del pittore Antonio, Giovanni Boldini nasce nel 1842 in una Ferrara ammantata dal clima purista, dove è lo stesso padre assieme a Pagliarini a iniziarlo ai segreti di un’arte poggiata su gusti quattrocenteschi e goticheggianti. A vent’anni e già a Firenze, ufficialmente per perfezionarsi all’Accademia. Invece, alle uggiose cattedre di Ussi e Pallestrini preferisce subito l’irrequieto ambiente macchiaiolo del Caffè Michelangelo.
Ama il colpo di teatro come il prediletto Bernini. Si permette tutto. Pure di barattare la ricchezza con la giovinezza. E a 87 anni sposa Livia Cardona che ne ha 30
Stringe amicizia con Cabianca, Fattori, Banti, Martelli. Ne esegue i ritratti; tutti capiscono che con lui ha fatto irruzione nell’ambito della cultura della macchia una personalità dirompente e innovativa. L’amatore delle arti, Diego Martelli, l’accecante Adelaide Banti in abito bianco: tele agitate da una forza singolare e pungente, mosse da pennellate ossessive, brulicanti, rapide. I personaggi, inscritti in uno spazio scomposto sintetizzato per piani, si contraggono, si dilatano nelle prospettive impreviste di una luminosità innaturale. All’artificio collaborano, a volte fino a dominare le campiture, improvvise e abbaglianti traiettorie nivee, declinate fino ai grigi e agli ocra, che diverranno abitudine nelle opere più tarde. È il successo. Allarga la cerchia delle relazioni sociali, frequenta i locali più mondani ed eleganti di Firenze. Entra nel giro delle potenti famiglie straniere in Toscana. Ritrae le figlie dei russi Laskaraki, decora con otto tempere le pareti della villa La Falconiera nei pressi di Pistoia degli inglesi Falconier. Qualche anno, e la popolarità di cui gode a Firenze non gli basta più. Iniziano i lunghi soggiorni all’estero. Si muove alla volta di Londra.
Il rarefatto clima preraffaellita della città lo tedia in fretta. Opta per la Parigi cosmopolita e impressionista degli anni ‘70. Entra in rapporto con Goupil, il mercante “delle miniature e dello Chic” come dirà Fontanesi. Uno chic troppo spesso imparentato con il Kitsch, almeno nei lavori di Meissonier e Fortuny. Quanto a Boldini, al quale Goupil non lesina allori né quattrini, riesce a evitare il rischio del mauvais goût ispirandosi a tutt’altre fonti: Gainsborough, Fragonard, Watteau, il vedutismo veneziano. La differenza c’è e si nota. Le sue tele spumeggianti, effervescenti, ariose hanno effettivamente un respiro più ampio. Con gli anni ‘80, cambia radicalmente i soggetti. Sostituisce alle leziosità di marchesi e duchesse settecenteschi tutta la carnale evidenza delle sue amanti: della governante Berthe, o della contessa de Rasty. Per lui ora posano divine, aristocratici, celebrità. Diviene l’acclamato e conteso pittore della belle époque.
Nelle tele una violazione quasi orgiastica di pennellate sferzanti audaci. Che osano il non finito come un amore clandestino, o consumato troppo in fretta
L’artista alla moda e in grado di dettare la moda. Di imporre la sua ferinità, in quel particolare e sensualissimo stravolgimento con cui nel dipinto avviene il possesso della donna. Le immagini vibrano di un erotismo che si esalta e che freme. Si traduce pittoricamente nella violazione quasi orgiastica di pennellate sferzanti audaci. Che osano il non finito come un amore clandestino, o consumato troppo in fretta. Le opere raggiungono cifre da capogiro. 10.000 franchi per il ritratto a olio di Giuseppe Verdi. Ma il capolavoro è la versione a pastello, tenuta per sé perché non gradita al committente. Ha il fascino dell’attimo rubato: il compositore sembra tratteggiato in fretta e furia, bloccato nell’attimo esatto in cui si sta affacciando alla porta dell’atelier, il volto arrossato dal freddo parigino, ancora addosso soprabito, sciarpa bianca e cilindro. Un viaggio in Olanda, dove ha la rivelazione di Frans Hals, e uno in Spagna assieme all’amico Degas, dove rimane folgorato da Velázquez, rinsalderanno la propensione giovanile per il ‘600. I dipinti si animano di una nuova libertà tonale, essenziale nella sublimazione del già amato contrasto di bianchi e neri. Sfilate di sempre più vaporose dames, fissate in un gestire allungato con grafie esagitate e veloci, si alternano a scorci di Venezie in espansione, acrobatiche per la simultaneità delle visioni incluse. E sarà ancora fino all’ultimo un Boldini pirotecnico, dai cromatismi dispiegati in traiettorie oblique, trasversali, che si moltiplicano per estinguersi in immagini disciolte, prefuturista già per Soffici e per Ragghianti. Incalza nella fascinazione convulsa di cavalli frementi, con un acceso Notturno a Montmartre, o magari invitandoci tutti a un gran Ballo alla Colonnade di Versailles.
Uno "gnomo che inviluppa, sbalordisce, incanta", secondo la suggestiva definizione di Diego Martelli

