In rassegna 35 lavori tra installazioni, sculture, video, film e disegni
Impenetrabile e raffinata, con “un non so che d’altero e d’inquieto”, Rebecca Horn (Michelstadt, 1944-Bad König, 2024) è stata, per oltre mezzo secolo, una delle più grandi artiste della scena internazionale, prima donna a ricevere il Carnegie Prize (1989). Lavora a New York, Parigi, Venezia e Berlino. Come nella miglior tradizione della body art anni ‘70, il corpo si fa possibilità espressiva, ma con toni subito eccentrici, che della provocazione hanno poco. È un’artista dal pensiero laterale che si proietta in dimensioni poetiche, eteree e insieme chirurgicamente definite, conturbanti. Il suo lavoro, come un viaggio iniziatico, incorpora visivamente un flusso continuo di associazioni di emozioni e di idee, dove trovano spazio le letture giovanili, vicine al mondo dell’alchimia e delle macchine surrealiste.
Nel suo immaginario realtà fittizie e oniriche nelle quali si dispiegano oggetti-macchine
Determinanti poi, per il suo lavoro, la malattia - da adolescente fa un anno in sanatorio per un’intossicazione ai polmoni causata dalla fibra di vetro - e il senso profondo di solitudine per la concomitante perdita dei genitori. Come per molti artisti, altro non resta che fecondare la propria malattia: mette in scena strani personaggi a metà strada tra il reale e il fabulistico, una specie nuova di esseri alieni; si veste con piumaggi, estensioni artificiali per riesplorare lo spazio, per indagare, kafkianamente, le tematiche della trasformazione, della incomunicabilità, della riconnessione. Inventa una nuova struttura semantica accostando il suo immaginario a trame emotive e simboliche, realtà fittizie e oniriche nelle quali si dispiegano successivamente gli oggetti-macchine, anche cinetiche, che incorporano violini, pianoforti, scale, letti metallici e molti altri elementi. A un anno dalla morte, Il Museo di Rivoli, in collaborazione con Haus der Kunst di Monaco di Baviera, ha allestito, nella Manica Lunga, la prima retrospettiva in Italia, a cura di Marcella Beccaria, con 35 lavori tra installazioni, sculture, video, film e disegni, dagli esordi alle opere recenti.
era una artista dal pensiero laterale che si proietta in dimensioni poetiche chirurgicamente definite e conturbanti
A dare il titolo alla mostra è l’installazione “Cutting through the past” (1992–93): cinque porte in legno ruotano lentamente su sé stesse, incise da braccia metalliche, il legno cede alla pressione, si consuma, resiste. Il tempo non è più linea, la ripetizione è lenta, rituale. Le macchine “reagiscono come reagiamo noi” dice l’artista, “Non voglio che funzionino per sempre. Fa parte della loro vita che si fermino e collassino”. Speriamo si sbagli: impossibile non ‘affezionarsi’ a quei funamboli dell’irreale, delicati e violenti, precursori del futuro, che hanno scandagliato l’affezione di vivere – e continuano a farlo - con un eccezionale colpo d’ala, sul filo di prodigiose o orrende metamorfosi.
Determinante per il suo lavoro il soggiorno da adolescente in un sanatorio