Uno schermo per dipingere: incontro con Lech Majewski al Lucca Film Festival

1 Dicembre 2020
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La folgorazione da bambino a Venezia davanti a Giorgione e Tintoretto

Lech Majewski: regista di cinema e teatro, pittore, scrittore, compositore e poeta. Come è iniziata la sua passione per l’arte?
Da bambino in estate mi trasferivo da Varsavia a Venezia presso mio zio insegnante di musica. Nella città lagunare mi dividevo fra l’ascolto della musica classica e le visite museali. In particolare, mi affascinavano La tempesta di Giorgione e l’Ultima cena di Tintoretto. Di ritorno in Polonia, nella grigia zona industriale, cadevo in depressione per lo shock del confronto con i capolavori veneziani. Da qui, la decisione di dedicarmi all’arte.

Come nascono le idee per i film e le opere d’arte.
Per realizzare un buon film, devo partire da un disegno o da una poesia. Credo nelle coincidenze, che in realtà, come diceva Leibnitz, non sono accadimenti casuali ma avvenimenti di cui non capiamo le leggi che li regolano. Penso per esempio alla mia passione per Brueghel il vecchio coltivata per 30 anni. Un giorno ricevetti un libro sull’artista, scritto da Michael Francis Gibson che mi proponeva di girare un documentario. È nato così un lungometraggio ispirato a La salita al calvario del 1564: I colori della passione (2012) con Rutger Hauer e Charlotte Rampling. Il film Il giardino delle delizie (2004) nasce dal mio libro Metaphysics e ruota intorno all’omonimo dipinto di Hieronymus Bosch. Onirica – fields of dog trae fonte di ispirazione dalla Divina Commedia di Dante e dalla sua visionarietà.

Il suo pensiero sull’arte contemporanea.
Mi incuriosisce, la seguo, ma non riesco ad appassionarmi. Ho comunque una forte attitudine alla sperimentazione e all’uso di linguaggi diversi. La mia quindi non è una condanna.

"Per realizzare un buon film, devo partire da un disegno o da una poesia"

Come concilia arte e cinema?
Entrambe convivono in me, sia in forma tematica - come nel caso di Basquiat, di cui ho scritto la sceneggiatura che ho coprodotto, affidando la regia a Julian Schnabel - che in forma di sperimentazione come nel film Angelus (2000), composto da veri e propri tableaux. Ciò vale anche per il film The gospel according to Harry del 1992, diretto e coprodotto con Propaganda Films di David Lynch, che ha segnato il debutto da protagonista di Viggo Mortensen. Nel 2006 il MoMA di New York ha dedicato una retrospettiva al mio lavoro cinematografico, e videoartistico. Per l’occasione, ho ideato Blood of a poet (il riferimento è Jean Cocteau), un’installazione successivamente esposta alla 52ª edizione della Biennale di Venezia. Un dato curioso: le mie opere cinematografiche spesso vengono presentate prima nei musei che nelle sale.

L’approccio sperimentale si è esteso anche al teatro e alla lirica, oltre che alla poesia e alla musica.
Ho scritto varie poesie e romanzi, da cui sono stati tratti anche film diretti da me: The flight of the sproose del 1985, The garden of delight del 2004 e quello attualmente in produzione Brigitte Bardot the wonderful. Nel 1996, ho lavorato come compositore e librettista (The Roe’s Room) e come regista per il teatro (l’Odissea di Omero sul Tamigi, l’Ubu re di Penderecki, la Carmen di Bizet, The black rider, Sogno di una notte di mezza estate, Tramway e L’Opera da tre soldi) ma la lista è molto lunga.

Il film Valley of gods è in questi giorni nelle sale, con un cast hollywoodiano.
Si ispira alle tradizioni degli indiani Navajo. Molti vedono in questa pellicola un’analisi surreale dell’America dei nostri giorni. Per me è una poesia visiva, realizzata grazie alle nuove tecnologie, che mi hanno permesso di dipingere sul grande schermo. 

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