In rassegna sfilano, senza gerarchie morali, le sue opere iconiche più audaci
Tre mostre, a cura di Denis Curti, con catalogo Marsilio Arte, per un’unica grande narrazione dell’opera di Robert Mapplethorpe (1946-1989), l’artista che ha ridisegnato, con la fotografia, i confini tra pornografia e arte. Le mostre di Venezia, Milano e Roma sono un affondo nelle sue tematiche della classicità, del desiderio e della bellezza.
A 43 anni muore di AIDS, malattia allora sottovalutata che non risparmiava neppure gli artisti geniali. Due anni prima, Sam Wagstaff - dal ’72 suo mentore, amante e mecenate - aveva avuto la stessa sorte. Nel 1988, all’apice del successo, Mapplethorpe dà vita a una fondazione che porta il suo nome e che ha tuttora, tra gli scopi, anche quello di finanziare la ricerca sull’AIDS.
Newyorkese, famiglia cattolica della media borghesia, di origine irlandese, terzo di sei figli, Robert, prima di approdare alla fotografia, studia pittura e scultura, quella classica è il suo grande amore. L’ambiente domestico non è nelle sue corde, preferisce la libertà di scoprire ciò che il perbenismo vuole nascondere. Non è più un aneddoto il furto, a 15 anni, di un giornalino pornografico e l’attrazione, ancor più marcata, perché la confezione non gli permetteva di sfogliarlo.
Chi, a 15 anni, non è tentato dal proibito? Per lui, per dirla con James Hillman, è qualcosa di più, è una sorta di premonizione del suo daimon per ribaltare i luoghi comuni dell’off-limits. Ma non sarà facile, neppure nella disinibita New York degli anni ’70 e ’80.
In bianco e nero, Mapplethorpe però riesce a fare un’operazione estetica inedita, partendo proprio dalla classicità: subordina la provocazione alla perfezione formale, a una disciplina visiva ferrea, annullando i confini tra realtà e finzione teatrale. Usa spazio e luci come fossero attrezzi per scolpire le immagini, porta le sue tematiche di genere e etnia dentro l’obiettivo, influenza anche il mondo della pubblicità e la self culture (come l’amico Andy Warhol). Arriva oltre l’antico, nel contemporaneo, per gli accostamenti inediti di corpi e linee, per i contrasti di densità luministiche
dei soggetti; così nelle astrazioni floreali, zumate come raffinati inni di desiderio dei sensi e purezza. L’immagine perfetta si fa sublime ossessione, estrema tensione interiore, percezione di una mancanza originaria: desiderium, “confine di carne e sogno”, come quella rosa, di cui scriveva Federico García Lorca, che “immobile nel cielo, cercava un’altra cosa”.
Nella seconda tappa della trilogia, a Palazzo Reale di Milano (fino al 17 maggio) sfilano, senza gerarchie morali, anche le sue opere iconiche più audaci. È un viaggio di libertà tra sensualità e rigore formale assoluto, tra l’immaginazione e l’irrequieta aspirazione di eros all’inaccessibile.