Un percorso storico-artistico-misterico sull’influenza della dea nell’epoca repubblicana
Il Parco Archeologico del Colosseo ospita, fino al 5 novembre 2025, "Magna Mater tra Roma e Zama", un percorso storico-artistico-misterico sulla profonda influenza che il culto di Cibele, assimilata poi alla Grande Madre, ebbe nella Roma repubblicana. Sei le aree tematiche, tra archeologia e mito, tra statue frigie, greche e di epoca imperiale - e poi documenti medievali, rinascimentali e persino barocchi: dalle origini orientali del culto (Uccelliera Farnesiana) alla sua diffusione geografica in età imperiale (Curia Iulia), dall’esperienza sensoriale nel recupero del rituale iniziatico con suoni e luci (Ninfeo della Pioggia) all’esposizione di nuove testimonianze scultoree provenienti dagli scavi di Zama Regia in Tunisia (Tempio di Romolo), per arrivare alla sua fortuna iconografica nel corso dei secoli (Museo del Foro Romano).
Cibele giunge in città provenendo da Pessinunte il 4 aprile del 204 a.c.
Su tutti, il tempio della Magna Mater sul Palatino, dove viene ricostruita la potenza della divinità anatolica proprio a seguito del suo trasferimento nell’Urbe. Per inciso, quella della Roma repubblicana è una società estremamente pratica, decisa, risoluta e per la quale tradizione è sinonimo di grandezza; al contempo, la medesima società riflette se stessa in un profondo sentimento religioso ai limiti della superstizione, nel quale premonizioni, sogni e vaticinii possiedono un peso specifico determinante. Cibele
giunge in città il 4 aprile dell’anno 204 a.C.: a quel tempo Cartagine e Roma sono sempre e violentemente in guerra, conflitto che non accenna a placarsi. Il Senato decide perciò di consultare i Libri Sibillini alla ricerca di un responso divino che possa far propendere le sorti della battaglia verso la Città Eterna. Si decreta così di trasportare da Pessinunte - nell’odierna Turchia mediorientale e luogo di origine del culto della dea - la statua di Cibele, l’immagine ricavata in una pietra meteorica nera della divinità frigia alla quale anche Cartagine è devotissima e che diviene presto in Roma simbolo di salvezza e rigenerazione. L’importanza politica di tale gesto è totale, assoluta da quello culturale. Da un lato, cresce il consenso cittadino, l’amor patrio, il vigore del popolo: e mentre la statua della divinità risale il Tevere scortata da Scipione l’Africano, “[...] le più insigni matrone la accolsero. Esse si passarono la dea di mano in mano una dopo l’altra: intanto l’intera città si era slanciata loro incontro (...) mentre si pregava che entrasse in Roma di sua volontà e propizia” [Tito Livio]. Dall’altro lato, si incentiva quel progressivo fenomeno di ellenizzazione che è già ben in atto in tutto il Mediterraneo e che proprio a Roma trova la sua consacrazione, sebbene questo certifichi di fatto la definitiva perdita di autonomia culturale da parte delle póleis della Grecia.
Con la Magna Mater del Palatino, viene ricostruita la potenza della dea dopo il suo trasferimento nell'urbe