Hey Judd: imponente retrospettiva del caposcuola del minimalismo al Cohen Center

20 Novembre 2020
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Donald Judd, considerato il più estremo dei minimalisti, ha spinto al limite la ricerca di semplicità, di geometrie elementari, di modulazioni e progressioni matematiche

Artista, certo, ma anche pittore convertito alla critica, critico passato poi alla scultura, minimalista, attivista, con incursioni nel campo dell’architettura e del design: semplicemente, “Judd” (New York, Steven and Alexandra Cohen Center for Special Exhibitions, fino al 9 gennaio). Ma sarà semplice davvero? O un’ingenuità? Un’acuta provocazione o un delizioso paradosso? Dopotutto Donald Judd ha fatto dell’impersonalità della pratica artistica uno dei suoi marchi di fabbrica. Detto altrimenti, al contrario degli espressionisti astratti, non aveva alcun interesse a esprimere il suo io o la sua vita emotiva, psichica, artistica. Perché mai, allora, la prima retrospettiva dopo trent’anni negli Stati Uniti su Donald Judd dovrebbe essere intitolata proprio “Judd”?

Con lo specific object coltiva l'utopia di scolpire una identità perfetta 

Già dal titolo scarno i curatori lasciano intravedere le difficoltà, quando non le vere e proprie contraddizioni, destinate a emergere quando si parla di Minimal Art in generale e di Donald Judd in particolare. Judd, infatti, è considerato da molti il più estremo fra i cosiddetti minimalisti, colui che più di tutti ha spinto al limite la ricerca di semplicità, di forme geometriche elementari, di modulazioni e progressioni matematiche, della pura materialità dell’oggetto. Ma, a spingersi al limite, c’è il rischio di varcarlo. Perché questo è il paradosso in cui, più o meno consapevolmente, si muove Judd: da un lato si vorrebbe un oggetto d’arte che non rimanda a nient’altro fuori di sé, come un parallelepipedo di metallo; dall’altro bisogna chiedersi se un parallelepipedo di metallo possa davvero essere visto solo come un parallelepipedo di metallo.

Gli specific objects (le sculture geometriche di Judd), infatti, si vorrebbero porre come fine dell’illusionismo artistico, di ogni forma di trascendenza e gerarchia, di relazione tra il modello e la copia, tra l’io dell’artista e quello dell’osservatore. Dunque non c’è o non ci dovrebbe essere niente al di là di ciò che si vede, della sua semplice ma non così ovvia presenza. Tautologia, magari solipsismo, perché il linguaggio stesso, forse, non è altro che illusione, dialogo fra sordi, equivoco, fraintendimento. L’oggetto specifico, insomma, coltiva l’utopia di scolpire un’identità perfetta: un parallelepipedo di metallo non è altro che un parallelepipedo di metallo. Ecco che però, puntualmente, arriva qualcuno a guastare tutto, e osserva che quel parallelepipedo, in fin dei conti, ricorda una tomba.

JUDD
Museum of Modern Art

New York
Fino al 9/01 

L'Autore

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Traduttore per diverse case editrici italiane, collabora con AW ArtMag per la recensione dei più interessanti libri d’arte pubblicati all’estero e ancora inediti in Italia.

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