MISTERO E ARMONIA - Omaggio a Federico Velludo

L’omaggio a Federico Velludo (1945-2022), con opere provenienti dalla collezione Modonutti-Favaretto, all’Oratorio di Santa Maria Assunta e Oratorio di Villa Simion a Spinea (Venezia), chiude la rassegna di arte contemporanea, Scenari dell’umano, a cura di Santina Recupero, in collaborazione con Contemporis ETIS e Comune di Spinea.
Lo spaccato antologico mostra il lavoro di un artista non sempre facile da comprendere che, sin dagli anni ’70, andava controcorrente per la sua evidente predilezione del mondo figurativo classico. Umanista convinto, alle sollecitazioni delle immagini di quel passato glorioso ha sempre però saputo aggiungere qualcosa che parla al presente, eliminando gli scarti temporali, perché, come scrivono in catalogo, Francesca Giubilei e Luca Berta: “Che ritraesse oggetti o persone, cercava l’astrazione dalla realtà pur nella sua più nitida e riconoscibile rappresentazione”.

Ho conosciuto molti anni fa Federico e, tra i ricordi più vividi, mi viene in mente che gli piaceva declamare a memoria alcuni canti della Divina Commedia, che amava Mozart e i Beatles, che pareva sempre inseguire qualcosa da imparare, che poteva sembrare a volte triste o malinconico, ma era capace di cambiare velocemente umore e diventare un fantasioso e spiritoso affabulatore, un appassionato ballerino o chansonnier francese.
Non avrebbe potuto fare altro che l’artista-pittore, animato com’era da una necessità nativa che lo sosteneva e che gli faceva superare momenti di grande conflitto, specialmente quando necessità creativa e realtà quotidiana entravano in collisione. “Non dipingo più, io e la pittura abbiamo divorziato”, l’avevo sentito dire, più di qualche volta, accompagnando, serissimo, questa frase con lo stesso gesto della mano. Chi lo conosceva passava oltre, sapeva che Federico non avrebbe mai potuto vivere senza il suo amore, la Pittura. Pittura, come musa, paradisiaca, che gli parla con nature morte, ritratti, figure, cavalli e cavalieri, vedute architettoniche e dialoga con la qualità dei colori, con gli azzurri, le ocre, le terre, e specialmente con i bianchi, indispensabili per rappresentare quella solennità e identità che gli arrivavano dall’abbraccio della storia. Il silenzio e l’equilibrio morandiano, la decontestualizzazione di oggetti, il sentimento dell’immoto, si legano formalmente all’ideale di bellezza e nostalgia del mondo classico dando vita a una coinè di fonti iconografiche diverse, liberamente assemblate, che è fors’anche il tratto saliente del suo fare: piccole statue che spuntano, fuori contesto, dietro vasi e brocche, tutto con pari peso e dignità, pilastri che sostengono cavalli e cavalieri dalle impossibili proporzioni, e ancora caraffe, ciotole assemblate come fossero elementi architettonici che vivono in spazi rarefatti.
“Talora, l’apparente assenza di partecipazione fa dei suoi quadri delle allucinazioni fredde e senza grida, ma lo scarto di scala dà una tensione strana che ci fa vivere nel quadro quasi nostro malgrado” scrive Vittorio Basaglia, cogliendo un altro aspetto, fondamentale che appunto quello più metafisico della sua pittura, che blocca lo spettatore alle soglie di qualsiasi emozione. Con Vittorio Basaglia, Federico aveva condiviso molte iniziative nella Venezia degli anni ’70, vivace laboratorio culturale su più fronti e partecipato per quasi un decennio alle esposizioni dell’Opera Bevilacqua La Masa, con anche l’amico di una vita, Aldo Zari. Poi aveva scelto una dimensione più defilata per vivere e lavorare, San Donà di Piave.
A partire dagli esordi, sino alle opere più recenti, dove si allentano i riferimenti al classicismo e la ritrattistica assume talvolta un taglio inedito di inquadratura pubblicitaria, propangandistica (Hic et nunc semper, 2012), Federico, con i suoi personaggi togati, con i suoi fermoimmagine di volti e corpi nudi, con la strana armonia di forme e oggetti, non ha smesso di far fare alla pittura una “testimonianza struggente dell’attualità e dell’inattualità del vivere. Un viaggio di sofferta libertà” (Ulderico Manani, 2002).

 

Fino al 4/06

Spinea

Oratorio di Santa Maria Assunta e Oratorio di Villa Simion

Apertura: da giovedì a domenica ore 16-19, sabato e domenica anche 10-12
 

L'Autore

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Ha sempre amato la pittura, ma si è trovata iscritta al Liceo Scientifico, finito con il minimo sforzo e il minimo dei voti. Il rovello artistico però non si placa e in un solo anno prende la maturità artistica, questa volta con il massimo impegno e quasi il massimo dei voti. Poi Accademia di belle Arti, laurea con lode a Ca’ Foscari e pubblicazione della tesi. Approfondisce studi artistici a Salisburgo e alla passione per l’arte si unisce quella per la scrittura. Convivono ancora felicemente.

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