Una eccezionale sequenza di opere evidenzia il carattere innovativo della sua pittura
Uomo di spada e di pennello. Per tutta la sua breve vita (1571-1610) Michelangelo Merisi da Caravaggio non farà altro. Con la prima dà la morte, con il secondo conquista l’eternità. Irascibile, collerico, brutale. È sempre pronto all’insulto, alla rissa. Spesso per un nonnulla. Prende a sassate le guardie. Più volte in prigione, è costretto a mendicare le protezioni dei potenti, o a evadere. Frequenta i bassifondi, taverne equivoche affollate da bari, miliziani, bravi, zingare e prostitute. Si contano oltre diecimila donne dedite al meretricio nella città dei papi, ma a queste, sovente, sembra prediligere i ragazzi di piacere. Giovani come lui belli e dannati, dall’esistenza disperata e dal destino segnato. Li porta nell’atelier, li mette in posa e li trasforma in modelli. Gli basterà denudare una spalla, appoggiare un fiore fra i capelli, aspettare che una bocca piena e turgida si dischiuda, (Ragazzo morso dal ramarro) per incendiare le tele di carni lussuriose e struggenti. Li ama nella fugacità di amplessi clandestini. Forse non sa che, attraverso l’arte, sarà per sempre.
Uomo di spada e di pennello. Per tutta la sua breve vita non farà altro. Con la prima dà la morte, con il secondo conquista l’eternità
Quando il pittore arriva a Roma, dopo qualche anno di bottega da Simone Peterzano a Milano, ha pressappoco vent’anni. Troverà cantieri ovunque. La città è in fermento. Gli architetti, su ordine del pontefice, la stanno trasformando, preparandola ai fasti barocchi. Nell’aria si respira lusso, bellezza, voluttà. Quaggiù, le asprezze della Controriforma non sono che un’eco lontano. Il rigore dei vescovi Federico e Carlo Borromeo sta ancora faticando ad aprirsi un varco oltre la barriera delle nebbie padane. Caravaggio stringe presto amicizie importanti: con Landolfo Pucci, maestro di casa della sorella di Sisto V, e con due pittori bene introdotti come Antiveduto Grammatica e il Cavalier d’Arpino. In arte va l’ultima maniera che guarda ancora a Raffaello e a Michelangelo, a cui si aggiungono le pennellate analitiche e lenticolari dei fiamminghi. Lui, negli occhi e nel cuore la pittura della realtà della tradizione lombarda, non se ne cura. Decide, come racconta il biografo Giovanni Baglione, di “star per se stesso”. Si mette a fare quadri per vendere. Almeno, così sostiene. Invece, di lì a poco, liquidato lo stile chiaro, farà la rivoluzione. Chiude accuratamente le scuri dello studio. Lascia fuori il sole, il mondo, un’altra vita. Inghiottito dal buio, con un solo lume appoggiato su un tavolo, comincia a dipingere. Il pittore della luce lavora nella penombra. Per lui la verità è un mistero notturno. Un raggio luminoso su un corpo a malapena intravisto, da presentire nell’oscurità di una stanza. Procede per opposti, con furore e con minuzia. Con messe in scena teatrali e accenti di accorato intimismo lirico. Diventa il maestro insuperabile del chiaroscuro. Un’esigenza tecnica, certo, per dare plasticità alla forma, ma ancora di più un’urgenza dell’anima. In quei contrasti, c’è tutto se stesso, con le ambivalenze, le contraddizioni, il genio e la sregolatezza.
Più volte in prigione, è costretto a mendicare le protezioni dei potenti, o a evadere
Costantemente in bilico fra anelito religioso e impulso omicida, nella vita come nell’arte, nessuno meglio di lui saprà inscenare il crimine, l’efferatezza, la tortura: Giuditta e Oloferne, Incoronazione di spine, Flagellazione, Salomè con la testa del Battista. Nel 1606, in una ennesima zuffa, assassino lo diventa per davvero. Uccide Ranuccio Tomassoni, delitto per il quale sul suo capo penderà la condanna capitale. È la fuga: Napoli, Malta, Siracusa, Messina, Palermo. Sempre più cupo e tormentato, ormai schierato dalla parte della morte, lascerà ovunque capolavori. Finirà “malamente, come appunto havea vissuto” (Baglione), per un attacco di febbre maligna, solo, in una spiaggia deserta di Porto Ercole. A Roma, dove è atteso dopo il perdono accordatogli da Paolo V, giungerà soltanto l’inaspettata novella del suo decesso. È il 18 luglio del 1610
Finirà malamente come aveva vissuto per un attacco di febbre maligna, solo, in una spiaggia deserta di Porto Ercole
CARAVAGGIO 2025: LA MOSTRA
Di Claudia Baldi. Con “Caravaggio 2025” le Gallerie nazionali di arte antica, in collaborazione con la Galleria Borghese, celebrano l’artista nella grande mostra a Palazzo Barberini a Roma, visitabile fino al 6 luglio. Si sono raccolti per la prima volta 24 dipinti provenienti da diversi musei stranieri, in un viaggio irripetibile attraverso i 15 anni della vicenda umana e artistica di Michelangelo Merisi. Si va dalle prime opere del 1595 alle grandi commissioni religiose, fino all’ultima struggente tela del 1610, Il martirio di Sant’Orsola, realizzata poco prima della morte a 39 anni, dopo un’esistenza intensa e bruciante. Il percorso espositivo esalta la potenza e la modernità della pittura di Caravaggio, per offrire una nuova riflessione sulla rivoluzione artistica e culturale del maestro. Gli studiosi troveranno spunti interessanti di ricerca e approfondimento nel confronto di lavori come la Santa Caterina proveniente dal museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e quelli conservati nello stesso Palazzo Barberini come la Giuditta e Oloferne e i due straordinari ritratti di Maffeo Barberini, prestiti di collezionisti privati. Un evento, dunque, da non perdere che è un tributo al genio ma anche un’occasione di pensare alla sua influenza sull’arte contemporanea e sul nostro immaginario collettivo. Accompagna l’esposizione un poderoso catalogo Marsilio con testi di F. Cappelletti, S. Causa, K. Christiansen, F. Curti, G. Papi, G. Porzio, C. Strinati, M.C. Terzaghi, R. Vodret e A. Zaccuri.

