Catania. Ad Aci Castello la prima mostra di Araki nel Sud Italia: nelle sue stanze segrete

29 Aprile 2021
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In linea con il titolo della mostra “Suite of Love” la rassegna ha luogo negli spazi dell’hotel Sheraton

Nobuyoshi Araki è un artista scottante. Dibattuto, censurato, condannato, il suo lavoro negli anni affronta ogni sorta di resistenza, perfettamente bilanciata altrove da un’accoglienza sempre più appassionata. La mostra catanese, che dal 7 maggio al 13 giugno vedrà la Fondazione OELLE Mediterraneo Antico impegnata al Four Points by Sheraton di Aci Castello, è la prima nel Sud Italia a esporre gli scatti del maestro giapponese. La scelta di una location insolita come quella di un hotel non soltanto è perfettamente concorde con il titolo della rassegna, “Suite of Love”, ma anche con le indicazioni dello stesso Araki. A cura di Filippo Maggia, l’intenzione è quella di valorizzare spazi alternativi ai consueti venuti a mancare durante le restrizioni pandemiche. Estremamente prolifico nelle sue produzioni, ossessivamente stregato da Tokyo e dai suoi angoli reconditi, ne testimonia luci e ombre, in nome di quella verità in rivolta contro il pregiudizio che la chiama irriverenza. Né Lady Gaga, né Björk resistono al fascino dei suoi lavori, posando per lui in scatti memorabili. Con Polaroid e flash illuminanti, a colori e in bianco e nero, in una parabola di realismo dal ritratto il più possibile diretto, affronta i temi dell’amore, della morte, della sessualità.

Nobuyoshi documenta: dai night club di Tokyo degli anni ‘80 (“Tokyo Lucky Hole”) all’adorazione per la moglie Yoko, nella serie del ‘71 dedicata alla luna di miele e in quella che ritrae gli ultimi giorni di vita, dopo 20 anni trascorsi al suo fianco (“Sentimental Journey / Winter Journey”). Sereno è il volto della donna nella bara, ricoperta di fiori, naturale è il compimento dell’esistenza. Lo sconcerto, di fronte alla capacità di testimoniare le fasi di una perdita così profonda, non tiene conto di cosa per l’autore significhi scattare: la macchina fotografica è un “naturale prolungamento del mio braccio” dichiara. L’alienazione dipinta sui volti dei passanti, isolati nella folla della Tokyo metropolitana nei lavori del ‘73, li denuda: circondati da centinaia di esemplari, ma soli. È contraddittorio sentirsi, forse, invadenti nel captare e congelare per sempre quell’inconsapevole smorfia di uno sconosciuto, immerso nell’andirivieni del quotidiano che tanto lo accomuna agli altri, tanto lo abbandona a se stesso. I fiori, tra i soggetti più commoventi, sono colti nella transitorietà della loro bellezza pronta a decadere, in uno scatto che racconta ciò che avverrà subito dopo, senza narrarlo (“Flowers”).

Lo sguardo è sempre lo stesso: la poesia del tempo che vince sopra ogni aspettativa di eternità, abbracciando il corso e decorso dei soggetti in viaggio. È lo stesso senso di pace ad avvolgere le immagini più controverse della sua carriera: quelle dedicate al bondage. Donne legate, sospese, nude, indifese. All’apparenza, immagini oscene. La moralità, il comune senso del pudore prevaricano il “come” a favore del “cosa”. Il disagio, così imbarazzante, ci spinge a prenderne le distanze, oscurando alla nostra mente il dettaglio principale, gli sguardi: tersi, compiacenti, seduttivi volti di donne bellissime in composizioni plastiche perfette. I corpi, aperti e rilassati, offrono la loro morbidezza cedendo all’unica fonte di tensione della scena: la corda. Arte della provocazione ma non provocazione ad arte, basti pensare quanto in Giappone la pratica sadomasochista sia antica e presente in contesti non soltanto erotici, ma anche religiosi. Lo shibari, noto anche come kinbaku, è una storia a lieto fine. Nasce nel ‘400 come forma di contenzione. I prigionieri, infatti, in mancanca di metalli per costruire le prigioni, venivano immobilizzati con funi di canapa e juta. Simbolo dell’onore degli antichi samurai, rappresentava il modo in cui si prendevano cura dell’avversario. L’avvolgimento, infatti, non doveva causare danni fisici. L’espressione di potere, negli anni, assumerà una valenza estetica, addirittura medica. Monumenti viventi creati dall’intarsiarsi di linee sinuose, punti meridiani di Shiatzu stimolati dai nodi, secondo la medicina tradizionale orientale.

Nessuna violenza perversa, quindi, soltanto complicità consenziente. L’oggetto, la corda, che da costrittivo si tramuterà in strumento liberatorio, segue il passaggio inverso, dalla morte alla vita. Il tema dell’eros, poi, sarà trasposto sugli oggetti non tipicamente del desiderio nel ’93. È di nuovo scandalo. Allusioni, giochi di forme ci inducono in intimità con un frutto o un oggetto inanimato, verso il quale ci sorprendiamo a provare pulsioni (“Erotos”). Scoprire che la sessualità è una forma mentis che permea il quotidiano più che un atto diretto verso il partner, ci mette in difficoltà con le regole del nostro immaginario. La nuova serie, Araki’s Paradise, non ancora terminata e presente in rassegna, spiazza ulteriormente lo spettatore: dinosauri, bambole, falli giocattolo prendono posizione tra composizioni floreali dalla forte potenza cromatica. Ci chiediamo se il kitch sia metafora della condizione attuale dell’uomo, confuso e fuori parte, attaccato alla bellezza quanto emarginato e lontano dalla natura profonda dell’esistenza. Il tempo è ancora sospeso, nella staticità transeunte di cui il fotografo coglie l’attimo, come sospeso è il giudizio morale. La riflessione, infatti, inevitabile nei lavori di Araki, è la linea di demarcazione dall’esercizio di volgarità.

Nobuyoshi Araki
Suite of Love
Four Points by Sheraton
Aci Castello (Catania)
A cura di Filippo Maggia
7/05-13/06

L'Autore

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Assistente di redazione di AW ArtMag. Dagli studi linguistici rimbalza a quelli di ingegneria e approda nel digital marketing, attraverso un processo di liberazione cinetica. Una performance artistica, in una galleria di Pietrasanta, le fa conoscere il direttore nell’estate 2019, a cui si lega professionalmente. In ufficio, è tête-a-tête col pc. A casa, guarda dalla finestra, pensa, scrive e percorre, fiduciosa, il sentiero per l’ordine dei giornalisti.  

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