Arte Che Unisce - Camaiore, sabato 3 ottobre alle ore 17:00 Carlo Carli al Museo d’arte sacra

 

 

 

L’evento, in concomitanza degli 800 anni dalla morte di San Francesco, prevede una conferenza dal titolo “L’arte come promozione di valori spirituali, di solidarietà e di pace”. Con l’occasione, verrà esposta l’opera di Carli Solidarietà tra diversi, nella quale rivisita l’affresco di Giotto San Francesco che dona il mantello a un povero

Celebrare San Francesco, a 800 anni dalla morte, significa compiere un atto che va oltre la memoria storica o la devozione liturgica; significa interrogarci sul senso profondo della nostra convivenza civile, sulla qualità della nostra empatia e sul destino di quella che il Santo di Assisi chiamava fraternità universale. In questa giornata di riflessione, abbiamo l’opportunità di farci guidare dalle immagini, e non potevamo trovare un luogo più adatto, evocativo e prezioso del Museo di Arte Sacra di Camaiore (LU). È proprio in questa cornice di continuità storica che sabato 3 ottobre si terrà la conferenza dal titolo “L’arte come promozione di valori spirituali, di solidarietà e di pace”, in occasione dell’esposizione al pubblico dell’opera di Carlo Carli, donata al Museo nel 2023 a seguito della mostra intitolata “Immagini sacre nella contemporaneità”.

La tela di Carli Solidarietà tra diversi affronta uno dei drammi più laceranti del nostro tempo, quello della migrazione, l’esodo di migliaia di esseri umani che fuggono dalle guerre, carestie e persecuzioni attraverso il Mediterraneo, o lungo le rotte terrestri. Sullo sfondo della scena in primo piano, che raffigura lo sbarco di un migrante sulla terraferma, Carli riproduce una citazione dell’affresco San Francesco che dona il mantello a un povero del ciclo della Basilica Superiore di Assisi dipinto da Giotto. Questo dialogo dimostra che i valori della carità non sono reperti polverosi da ammirare con distacco, al contrario sono forze vive, capaci di rigenerarsi attraverso l’arte contemporanea per parlare direttamente alla nostra coscienza.

Per comprendere la profondità del discorso etico che Carlo Carli fa oggi, possiamo guardare all’opera di Giotto come a una rivoluzionaria scelta di verità: come Francesco aveva sconvolto la Chiesa medievale con la sua scelta radicale di povertà, così Giotto “riporta il cielo sulla terra”, abbandonando lo stile bizantino e riscoprendo una nuova dimensione della pittura. Egli restituisce ai corpi la loro volumetria, inserisce le figure in uno spazio tridimensionale, e introduce lo studio dei sentimenti, il dolore, la meraviglia, la pietà. Francesco non è dipinto come un asceta emaciato, ma come un giovane uomo in carne e ossa, che compie un gesto concreto: si toglie il mantello per offrirlo a un cavaliere caduto in miseria. Non si tratta di un miracolo astratto, ma della cronaca di una conversione che passa attraverso un gesto di condivisione materiale. Anche gli elementi simbolici e cromatici sono rivoluzionari: il cavallo di Francesco viene dipinto con il muso chino verso il basso, intento a brucare l’erba, non è colto in una posizione solenne o nobile, come se anche la natura volesse sottomettersi all’atto di umiltà del Santo. Il mantello, inoltre, è di un colore giallo ocra, che nella codificazione medievale indica una transizione, ma anche la dignità spirituale che viene restituita a chi ha perso tutto.

È proprio da questo punto di rottura, evidente nell’affresco medievale, che dobbiamo partire per analizzare il concetto di arte sociale, una categoria critica in cui l’opera di Carli si inserisce con autorevolezza. Essa non nasce per decorare i salotti, ma per smuovere le coscienze, per costringere lo spettatore a distogliere lo sguardo dalle proprie certezze e a rivolgerlo verso le ferite aperte della storia. Carli, che ha sviluppato negli anni una cifra stilistica inconfondibile, che fonde pittura, elaborazione digitale e fotografica, si mette costantemente al servizio di un impianto etico rigoroso. La sua non è arte che si ripiega su se stessa nel vuoto formalismo, ma è un’arte che scende in strada, che abita i luoghi del dolore collettivo, che parla di pace, di diritti umani, di memoria storica e accoglienza. Nel dipinto di Carli le montagne dell’affresco di Giotto, scenario della campagna umbra del ‘300, diventano le barriere geografiche del nostro tempo, diventano i confini militarizzati, i deserti infuocati del Nord Africa, le gelide montagne dei Balcani. L’accostamento tra il povero dipinto da Giotto e il migrante crea una forte tensione visiva, dove l’autore sembra dire: “Guarda queste persone con gli stessi occhi con cui San Francesco guardava il povero di Assisi”. Carli dimostra che l’opera d’arte contemporanea può essere profondamente religiosa, nel senso più alto e universale del termine, quello etimologico di re-ligare, cioè tenere unite le persone, proprio quando si fa interprete delle istanze etiche del Vangelo.

L’arte ci ha mostrato la via: ha unito il passato e il presente, ha dato un volto a chi spesso viene privato dell’identità, ha trasformato la cronaca in storia sacra. Ora spetta a noi. Spetta alla nostra società civile, alle nostre singole coscienze, fare in modo che quella Solidarietà tra diversi descritta sulla tela non rimanga un dipinto da ammirare, ma diventi la prassi quotidiana del nostro vivere insieme.

 

 

 

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